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2009/01/07

La Guerra è mancanza. Iniziative a Bologna

A Bologna presidio l'8/01/2009 alle 18.00 in Piazza Nettuno

Da Femminismo a Sud

Non ho una notizia. Non sono in Palestina. Non sono una di quelle bambine spaventate che a Gaza stanno crepando di infarto. Non vivo la guerra. Sono arrabbiata e mi sento impotente. Provo a immaginare come deve essere e vorrei andare oltre la retorica e non so se sono in grado di farlo.

Quando penso alla guerra mi viene in mente la parola “mancanza”. Forse è un momento in cui ti manca tutto. Senza preavviso. Ti mancano le cose, le tue cose, il tuo ossigeno, il tuo letto, la tua televisione, il tuo phon, i tuoi occhiali. E io davvero non saprei come vivere senza i miei occhiali. Una cieca. Ecco cosa sarei.

Ti mancano gli assorbenti e penso al sangue che scorre a fiotti lungo le gambe perché le mestruazioni non seguono il tempo della guerra e della pace. Il sangue non si inibisce alla vista di altro sangue.

Ti mancano le culle perché le donne incinta prima o poi dovranno pur “sgravare”, come animali che non potranno fermare le doglie e proveranno a schivare i colpi senza interessarsi agli altri morti e proveranno a raggiungere un buco, un riparo, un appiglio per buttare il proprio figlio tra i detriti e i cadaveri. Ed è sicuro che rimarrà lì, ucciso alla vista di tanto orrore prima che per colpa dei proiettili.

Ti manca lo shampoo, perché sono certa che a qualcuno mancano le cose più sciocche, e senza lo shampoo i capelli puzzano. Non potrei restare un solo giorno con i capelli puzzolenti.

Ti manca il calore della tua stanza, le foto della tua festa di compleanno, quella dove eri così bella, con il vestito nuovo che ti aveva regalato tuo padre. Ti manca tuo padre, perché nel frattempo qualcuno ha deciso che la vita di quell’uomo era superflua. Un effetto collaterale ragionevole.

Ti manca l’elettricità e non puoi ricaricare la batteria del tuo cellulare. Senza quello non sai come comunicare. Non puoi trovare gli altri che forse soffrono della tua mancanza.

Ti mancano gli elettrodomestici. Quelle cose stupide trattate con disprezzo in giornate ordinarie. Quando sbattevi lo sportello del tuo frigo perché eri arrabbiata per qualcosa o prendevi a botte la tivu’ perché non si sintonizzava sul canale che ospitava il tuo cantante preferito.

Ti manca il quotidiano, un giornale, quello che potrebbe dirti cosa sta succedendo e ti mancano i libri perché il fuoco e le bombe non risparmiano proprio niente, neppure la cultura.

Ti manca la vista della tua città dall’alto. Con le case oramai sventrate e il mare che sembra ribollire come se qualcuno lo avesse racchiuso in una pentola messa sul fuoco per la cena.

Ti manca un bagno, una doccia, uno specchio, un pettine, un rubinetto per lavarti le mani. Odio sentire sporco sulle mani. Ti manca un cesso per poterci pisciare dentro. Per poter depositare merda. Eppure non c’e’ merda sufficiente se non hai mangiato abbastanza. Perché quello che hai visto tutt’attorno non lo hai digerito ancora. Ti manca la carta igienica e senti il culo che ti prude perché non c’e’ neppure l’acqua e tenersi la pelle sporca ti fa sentire un tutt’uno con le macerie. Sei polvere, sei carne marcia, quasi morta, come tutto il resto.

Ti manca il cibo. Hai sete e fame. Quanti giorni potrei resistere senza profanare un corpo per bere il suo sangue e nutrirmi con la sua carne?

Ti mancano quelle scarpe che ti piacevano tanto e passi una intera giornata a scavare tra i resti della tua casa distrutta perché se ritrovi quelle scarpe la tua vita ricomincia anzi ritorna com’era. Esattamente uguale al giorno in cui quasi l’hai perduta.

Ti manca quella vicina stronza che ti ha sempre messo in croce per i vestiti che indossavi. Te lo ricordi? Come l’hai presa in giro, povera donna, mentre ti diceva di coprire le gambe e i capelli e le spalle.

Ti manca anche la carezza di quel ragazzo che un giorno hai incontrato e non conoscevi il suo nome ma ricordi bene il suo viso e non avresti immaginato di vederlo davanti alla tua porta, con un fucile spianato che puntava dritto alla tua faccia.

Ti manca un appiglio mentre trovi qualcuno che approfitta del caos per farti quello che forse non ti avrebbe fatto in altri momenti. Perché anche agli uomini manca qualcosa e non esitano a prenderlo.

Quando si sopravvive si pensa di avere il diritto di trasformare ogni mancanza in furto. Così a me verrebbe in mente di cercare il pane, a qualcun altro invece può venire in mente di stuprare te.

Ti manca l’aver paura perché quando ti abitui alle esplosioni, alla vista dei cadaveri, alla puzza di carne bruciata, smetti di aver paura. La paura ce l’hai nelle vene e nella pelle. E’ già diventata parte di te e non ci sarà più modo di liberartene.

Ti manca la tua medicina contro l'asma. Quella che ti viene per l'allergia alla polvere. Che di polvere ce n'e' così tanta che non c'e' proprio modo di trovare un angolo pulito.

Ti manca il coraggio di rifiutare l'invito dei nemici di fare la spia, ma ti manca anche la fantasia per inventarti dei terroristi da dargli in pasto per salvarti la vita. Quando c'e' terrore dappertutto esiste solo un aggressore e qualcuno che resiste per difendersi.

Ti manca il respiro perché ti abitui a trattenerlo così a lungo ‘ché per non morire è bene fingere di essere già morte. E trattieni e ritrattieni capita che smetti di respirare e diventi trasparente, quasi l’ombra di te stessa. Poi impari a non essere più neppure quella. Allora ti manchi tu o quel fantasma che eri diventata e cominci a stancarti di soffrire di mancanze. E vuoi morire per davvero o vuoi vivere in cima a tutto.

Io non vivo la guerra, ma quando ci penso mi viene in mente la parola “mancanza”. Dal luogo sicuro nel quale mi trovo mi manca la capacità di capire come può un popolo che ha subito la shoah fare la stessa cosa ad un altro popolo. I palestinesi non hanno più uno Stato e se qualcuno mi privasse del diritto di vivere dove voglio sono certa che potrei perfino affezionarmi al concetto nazionalista di patria, che odio e che non mi appartiene.

Togliere qualcosa a qualcuno procura la sublimazione del ricordo. Persino gli arabi non integralisti finiscono per innamorarsi dell’adorazione di allah. Anche se è una religione che somiglia a quella cattolica e che toglie diritti ai laici, in qualunque parte del mondo essi si trovino. Anche se considera le donne come fossero niente. Persino le donne possono vivere la tentazione di emulare gli uomini imitando le loro pratiche.

Ecco cosa manca, più di tutto: l'umanità e la pace. Perché in tempi di pace i laici non sono schiacciati dal dovere di schierarsi tra una parte e l’altra. Perché in tempi di pace i laici e le laiche possono essere liber* di esistere. Perciò sia chiaro che le vittime di questa guerra non stanno solo in Palestina.

Consigli di lettura:

--->>>uno splendido post di Fastidio sull’estetica della guerra israeliana.
--->>>Il libro memorabile di Céline *Viaggio al termine della notte*.
--->>>L’altro libro memorabile di Vonnegut *Mattatoio n°5*.
--->>>Tutto quello che trovate di Hannah Arendt, ogni suo scritto val la pena di essere letto.

2008/11/26

Dichiarazione femminista del III forum delle americhe

8 de octubre de 2008

Noi femministe sappiamo che le nostre realtà quotidiane sono marcate dai mandati oppressivi del patriarcato capitalista che naturalizza le disuguaglianze e istituzionalizza il controllo della nostra sessualità, capacità riproduttiva e forza di lavoro. Questo sistema esclude le donne dalla presa di decisione nel pubblico e nel privato e risponde a qualsiasi trasgressione con la violenza contro i nostri corpi, la criminalizzazione, la demonizzazione e la repressione dei nostri movimenti.

Nella sua fase neoliberale, questo sistema di accumulazione smisurata, colloca il mercato e gli interessi finanziari come enti regolatori delle nostre vite e delle relazioni sociali, sfruttando le ricchezze della natura, privatizzando e distruggendo le fonti di vita, mettendo in pericolo milioni di persone e obbligando le donne alla migrazione forzata, condannandole alla miseria.

Per imporsi e sostenersi ricorre alla militarizzazione e al riarmo, inventa conflitti genocidari che prendono le donne come bottino di guerra, le espelle obbligandole all’esilio e a vivere in condizione di rifugiate politiche; lascia che rimangano impuniti il femminicidio e altri crimini contro l’umanità che accadono ogni giorno.

Noi femministe proponiamo trasformazioni radicali e profonde delle relazioni fra gli esseri umani e con la natura per garantire il buon vivere. Il buon vivere consiste nel riconoscere i nostri contributi dal punto di vista produttivo e riproduttivo così come la nostra partecipazione politica sia nella società civile che nello stato. La Buona Vita, Utz k’aslemal,deve basarsi su una distribuzione giusta e equitativa del potere e delle risorse.

Queste trasformazioni passano per un processo di costruzione di patti e alleanze fondate sul riconoscimento dell’autonomia e delle diversità, nel quadro di una democrazia che comprende gli spazi intimi, domestici, lavorativi, politici e pubblici. Noi donne rivendichiamo il diritto a decidere in libertà sulle nostre vite, i nostri corpi, sulla sessualità e sui territori in cui abitiamo, con le loro ricchezze naturali e culturali.

Pensiamo che per concretizzare queste trasformazioni possiamo fare alleanze con quei movimenti, attori e soggetti che:

-pongano in agenda politica l’autonomia individuale e collettiva delle donne così come la costruzione di possibilità per l’esercizio pieno di tutti i nostri diritti, inclusi i più stigmatizzati, come quelli sessuali e riproduttivi, senza doverli negoziare per arrivare o affermarsi al potere

-abbiano in programma una riorganizzazione socioeconomica che ponga fine a una riproduzione delle società che si fonda sul sovrasfruttamento delle donne e respingano la schiavitù e la servitù che caratterizzano la tratta delle donne, le maquilas e il lavoro in casa in particolare.

- non tollerino pratiche razziste, sessiste e machiste nei loro atti quotidiani e all’interno delle loro organizzazioni; che si impegnano in un patto di nonviolenza e di equità.

- siano disposti a cambiare le loro posizioni dando seguito all’avanzamento del pensiero critico, sfidando ogni tipo di fondamentalismo, mettendo in discussione la realtà dell’eterosessualità, i canoni e gli stereotipi imposti.

-lottino per uno stato laico che garantisca la vigenza di tutti i diritti, che protegga le sovranità, copra le necessità e apporti qualità della vita a tutta la popolazione.

-riconoscano e assumano le proposte che apportano tutti i soggetti sociali come i popoli e le donne indigene, le/i giovani, le donne di colore, le lesbiche e trans, le donne diversamente abili, quelle che convivono con HIV, le anziane e l’infanzia; non attribuiscano priorità e non creino gerarchie nelle lotte o fra i tipi di oppressione perché tutti i soggetti e le cause emancipatorie sono interdipendenti nel processo di costruzione di un altro mondo.

Respingiamo ogni atto di violenza verso le donne e ci pronunciamo contro la criminalizzazione dell’aborto e quindi lottiamo per la sua depenalizzazione.

Solidarizziamo con le compagne femministe del Nicaragua che vengono perseguitate e perseguite per ragioni politiche. Nel condannare questi atti dichiariamo che non si può chiamare di sinistra un governo che mantiene il potere grazie ai patti stabiliti con gli eredi di Somoza, che criminalizza l’azione femminista, mentre si garantisce l’impunità nei casi di abuso sessuale che lo incriminano, e che ha condannato a morte centinaia di donne per il fatto che aver eliminato il diritto all’aborto terapeutico.

Manifestiamo allo stesso tempo il nostro appoggio e la nostra solidarietà alle compagne in resistenza contro le miniere di metalli e i megaprogetti, che vengono perseguitate per la loro partecipazione alle consulte popolari e la loro opposizione legittima e legale allo sfruttamento del loro patrimonio naturale.

Esigiamo giustizia e riapparizione in vita degli scomparsi e delle scomparse, così come la liberazione delle detenute/i politiche/i del regime che governa attualmente il Messico.

Solidarizziamo con le donne di Haiti e respingiamo la violenza che hanno provocato le forze militari di occupazione come la brigata di élite Kaibil conosciuta per il suo ruolo nel genocidio durante il conflitto armato in Guatemala.

Riconosciamo il contributo delle donne indigene come soggette politiche e sociali che arricchiscono la prospettiva femminista a partire dalle diversità culturali delle nostre società.

Pensiamo che rifiutarsi di discutere le incongruenze tra la teoria e la pratica di coloro che si dicono di sinistra, socialisti e democratici contribuisce solamente a ritardare trasformazioni urgenti. La lotta politica deve essere etica. Per questo continueremo a dare un contributo critico alla costruzione dei movimenti sociali difendendo l’autonomia e il rafforzamento del movimento femminista.

FEMMINISTE CONTRO LA GUERRA, FEMMINISTE CONTRO LA DISUGUAGLIANZA, FEMMINISTE CONTRO IL RAZZISMO, CONTRO IL TERRORISMO NEOLIBERALE.

Tenda delle donne “IL TERRITORIO DELLE DONNE: IL MIO CORPO, LA MIA TERRA.

III FORUM SOCIALE DELLE AMERICHE

GUATEMALA 8/12 OTTOBRE 2008


Traduzione di Patricia Tough delle Donne in Nero

2008/10/10

Il percorso delle Linee Guida regionali per l'applicazione della L.194

Il percorso delle Linee Guida regionali per l'applicazione della L.194


Alla fine di luglio 2008 è trapelata dalla Regione Emilia Romagna la notizia che una “Cabina di Regia” composta dall'Assessore alla Sanità Bissoni e dagli assessori locali con stessa mansione stava preparando il piano socio sanitario regionale. All'interno del piano si andava delineando la bozza delle "Linee d'indirizzo per i piani di zona per la salute ed il benessere sociale per una piena applicazione della 194/78". La discussione definitiva del documento si sarebbe tenuta il 9 Settembre per poi passare direttamente nelle mani della giunta Regionale.

L'approvazione delle cosiddette “linee guida” non prevedono infatti nell'iter legislativo la consultazione del consiglio Regionale.

Cosa sono esattamente? Sono indicazioni della regione agli enti locali per la stesura dei protocolli nei “piani di zona” sul percorso socio-sanitario da seguire nei casi di richiesta IVG e per la promozione alla maternità. Nei piani di zona si siedono le ASL, i Consultori, gli enti locali e (già ora) associazioni di volontariato e non che intendono partecipare a questo percorso. L'allarme è subito circolato tra le donne, soprattutto quando sul Sole 24 Ore del 21 luglio 2008 compare questo titolo: “Aborto: il caso Forlì fa scuola”. E di seguito: “Vince l'integrazione tra i servizi – Bissoni: «Un esperienza da replicare».

Il PROTOCOLLO OPERATIVO PER IL MIGLIORAMENTO DEL PERCORSO IVG concordato nel Marzo 2004 tra AUSL di Forlì Comune di Forlì, Assessorato alle Politiche Sociali Consulta delle Famiglie del Comune di Forlì non si trova on line ma per vie traverse giunge nelle mani delle donne riunite a Bologna a luglio convocate dal Centro delle Donne. Si tratta di un primo incontro informale in cui si sceglie di leggere e analizzare i documenti “recuperati”. Il Protocollo di Forlì citato da Bissoni, salta subito agli occhi, dal punto di vista della pubblicità e laicità del servizio sanitario pubblico e della libertà di scelta, del rispetto della privacy della donna è inaccettabile. Non rispetta la Legge 194: quando rinvia la donna, che chiede ai Consultori l'IVG, ad un colloquio gestito da un assistente sociale, quando prevede un'indagine sulle motivazioni della scelta della donna, quando demanda al Privato sociale il compito di informare la donna sull'accesso alle risorse disponibili, quando obbliga la donna ad eseguire un'ecografia per validare l'età gestazionale,quando crea una discriminazione tra le donne che si rivolgono direttamente ai Consultorio e le donne che si rivolgono al loro medico di base o ginecologo privato. L'applicazione del protocollo inoltre viene considerata un'eccellenza perché ha ottenuto la rinuncia di nove donne ad abortire, come se il compito della sanità pubblica fosse la “dissuasione” e non la prevenzione, e senza alcun dato sul destino delle donne “convinte” alla scelta della maternità.

Il 5 Settembre la Rete delle donne di Bologna convoca diverse realtà femminili e femministe da Bologna, Modena, Ravenna, Faenza al Centro delle Donne. Nasce in quella sede la richiesta di incontro con l'Assessore Bissoni, attraverso la stesura di diverse lettere: una della Rete delle donne di Bologna, una di Usciamo dal Silenzio di Ravenna. Nel frattempo Associazione Orlando, l'UDI. Coordinamento Donne CGIL, preparano altri documenti e richieste di udienza. In tutti i documenti si rivendica la necessità di allargare l'iter di approvazione delle Linee d'Indirizzo alle consigliere, alle assessore locali di parità e alle donne della società civile. Bissoni si convince e promette un'udienza ai movimenti.

Sui giornali continuano dichiarazioni contradditorie dell'Assessore e dei movimenti cattolici, la voce delle donne resta invece censurata a lungo.

Al Centro delle Donne si svolge un incontro pubblico nell'attesa di essere ricevute. La rete delle donne distribuisce in città 3000 volantini che recitano “No agli scambi politici sul corpo delle donne” perchè la sensazione è comune a tutte, quando si parla di aborto la mediazione politica crea sempre dei “mostri”. E questo è un caso di mediazione tra “laici e cattolici”, riprendendo la definizione di volontariato incluso nel percorso di promozione alla maternità (“laico e cattolico” appunto) contenuta nelle Linee di'indirizzo.

Che cosa preoccupa e cosa non piace di queste Linee guida? Cosa contengono?

Le assessore di parità convocate ottengono che il titolo delle Linee d'Indirizzo venga cambiato in "Linee di indirizzo per i piani di zona per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza", cioè la formulazione della Legge 194.

Le consigliere regionali ottengono che le Linee guida nazionali della Turco, allegate come integrazione alle linee guida regionali, restino allegate ma solo come documentazione informativa.

Le donne della CGIL chiedono , tra le altre cose, un piano di finanziamento ai Consultori, che ad oggi sopravvivono in difficoltà. Nelle Linee guida si parla infatti di lavoro dell'equipe consultoriale (equipe da tempo di fatto smantellate nella maggior parte dei consultori) e dell'aggiunta della figura dell'assistente sociale, come figura di raccordo tra percorso sanitario e percorso assistenziale (percorso, quest'ultimo che si avvale delle risorse del volontariato).

Quest'ultimo punto è il nodo che le donne dei movimenti considerano come il più pericoloso.

La lunga analisi delle Linee Guida Regionali ha portato le donne da Bissoni, infine, il 6 Ottobre 2008 in una lunga udienza (dalle 9.30 alle 13.00). Presenti Udi di Bologna, Modena, Ravenna, Ferrara, Rete delle donne di Bologna, Usciamo dal Silenzio di Ravenna, Coordinamento Donne per la 194 di Faenza.

Condivise le critiche e le richieste. Le Linee di Indirizzo sulla Legge 194, sono troppo squilibrate. Si occupano quasi solamente della promozione della maternità nonostante il percorso IVG sia ostacolato di fatto da lunghi tempi di attesa, poca promozione della RU486, obiezione di coscienza “fasulla” dilagante. Inoltre la piena applicazione della 194 significa spazio alla contraccezione e non alla dissuasione. Così le donne interpretano la prevenzione. Anche il percorso contraccettivo vive diverse problematiche che le linee di indirizzo dimenticano. Alti costi, poche informazioni, poche risorse per campagne e strutture informative e difficoltà di reperibilità della contraccezione d'emergenza a causa dell'illegale obiezione di coscienza di farmacie.

In Emilia Romagna non c’è emergenza interruzioni di gravidanza, neanche per le immigrate. Il rischio di questa premessa teorica che permea le dichiarazioni di tutto il mondo politico è il razzismo e lo stigma sul corpo delle donne migranti. L'aborto è una libera scelta e non una colpa da espiare, come le associazioni di volontariato generalmente impegnate sulla legge 194 e che vorrebbero partecipare a questo percorso dichiarano e propagandano alle donne stesse. La collaborazione delle strutture pubbliche con i privati sociali deve essere regolata e trasparente, non può ripetersi l'esperienza forlivese. La sanità deve essere pubblica e laica, mentre è chiaro come Linee di indirizzo rispondano ad alcune pressioni del mondo cattolico. Le donne sono consapevoli delle risorse necessarie alla promozione della maternità, ma non possono permettere che diventino mezzo per la propaganda antiabortista. Non si ritiene giusto inoltre che l'intera mole di informazioni su questo tema venga catapultata sulle donne nel momento in cui scelgono l'IVG. Deve essere chiaro che le informazioni vengono date se richieste esplicitamente. Ove si parla della collaborazione con idonee formazioni sociali e associazioni di volontariato si chiede che, a garanzia della gestione pubblica dei Consultori, debbano considerarsi soggetti esterni, che erogano servizi in accordo e dietro verifica dell'equipe consultoriale stessa sulla base del percorso individuale scelto dalla e con la donna.

Si contesta fortemente questa parte:«Per la realizzazione degli interventi sociali e assistenziali, concordati con la donna sulla base del progetto personalizzato, [di tutte le risorse, comprese] quelle messe a disposizione da parte delle formazioni sociali di base e dalle associazioni di volontariato laico e cattolico». Chiunque operi in un paese democratico deve essere considerato laico, ed inoltre si escludono tutte le religioni che non si rifanno al Vaticano.

Anche la figura dell'assistente sociale nel percorso IVG è ambigua. Deve essere chiaro nelle Linee Guida che il primo colloquio per la donna che richieda di abortire deve essere sanitario, nel rispetto della Legge 194.

Il 9 Ottobre vengono inviate proposte, emendamenti a Bissoni dalla Rete delle donne di Bologna, e dall'Udi.

L'ultimo passaggio dell'iter (che ha compreso, grazie alle donne, la consultazione del movimento femminista e delle donne delle istituzioni) sarà in Commissione regionale sulla sanità.

Le donne attendono ora fiduciose i cambiamenti richiesti nelle Linee d'Indirizzo.




VERSIONE STAMPABILE QUI


Barbara Mazzotti

(firmo perchè è stato un lavoraccio!)

2008/04/04

A Bologna libertà violata ma non dalla frittata anti-Ferrara


Da Liberazione

A Bologna libertà violata

ma non dalla frittata anti-Ferrara


di Gaia Maqui Giuliani


Violenza simbolica vs. violenza fisica. La violenza simbolica è quella di frasi dette, nelle trasmissioni, nei talk show, sulle pagine de Il Foglio , ripetute, ostentate e poi urlate durante il comizio di ieri a Bologna. Frasi che suonano come “vi piacciono un miliardo di aborti?”, “noi siamo per una cultura della vita e non della morte”. Frasi che scatenano la rabbia e lo sgomento nelle persone che hanno vissuto l'esperienza dell'aborto, o l'hanno vissuta in seconda persona come madri, amiche, sorelle, figlie. Come compagni, fratelli, padri, amici. Una violenza simbolica che appare insopportabile, perché continuamente amplificata da una serie di attori sociali che non si limitano al duetto Giuliano Ferrara e Giovanni Salizzoni (capolista emiliano di "Aborto? No, grazie"), ma che vanno dal pontefice al prete nella parrocchia locale, dall'operatore del Movimento per la vita nel consultorio, al personale scolastico, convinto che l'educazione sessuale e l'informazione sui contraccettivi siano un "tabù" e che la scuola non sia il luogo adatto per un discorso serio sulla prevenzione.

Una violenza simbolica e discorsiva che poi diviene violenza reale, con conseguenze pesanti sulla vita delle persone, quando, all'occasione, l'obiettore di coscienza rende impossibile il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza o l'assunzione dell'RU486, o quando l'amministrazione locale non apre o dismette i consultori territoriali, lasciando le donne da sole.

Violenza intesa come impossibilità a scegliere, come negazione dell'ultima scialuppa di salvataggio a chi, malcapitata, non ha potuto o non è riuscita a tutelarsi da una gravidanza indesiderata o capisce di non essere abbastanza forte da mettere al mondo una creatura con problemi fisici e mentali.

Questa violenza, che disciplina corpi e pensieri, che mortifica e colpevolizza chi sceglie di non diventare madre buttandole addosso l'accusa di "omicidio" e paragonando la sua azione alla pena di morte è stata accolta, ieri in Piazza Maggiore a Bologna, da una "violenza" caotica ma compatta, fatta di urla, mani alzate con indici e pollici a forma di vagina, e lancio di pomodori e uova. Una "violenza" tumultuosa, sgangherata talvolta, fatta di disorganizzazione e spontaneità. E, se anche c'era stato un progetto di contestazione, rimbalzato nelle liste on-line e in un'assemblea che aveva chiamato a raccolta spazi sociali autogestiti e alcuni gruppi di donne, le transenne che circondavano la piazza - innalzate come se si trattasse di bloccare l'assalto dei lebbrosi al palazzo di cristallo - rendevano quello stesso progetto tutt'altro che ben organizzato.

La Rete delle donne di Bologna, e tutti i collettivi e le realtà femministe e lesbiche che ad essa fanno riferimento, non aveva ritenuto giusto dare al duetto antiabortista alcuna possibilità di accrescere, mediante la contestazione, una visibilità che altrimenti si sarebbe concretizzata in quattro anziani, i classici quattro astanti che chiacchierano di politica di fronte alla basilica di San Petronio. E avevano visto giusto: lasciar rimbombare nel vuoto di una piazza deserta quelle frasi intimidatorie rivestite da retorica salva-vita sarebbe stato forse lo smacco più grande. Piuttosto, la Rete, che lo scorso 8 marzo aveva portato in piazza quattromila persone, avrebbe desiderato costruire, con alcuni dei soggetti presenti alla contestazione, un percorso di lotta duraturo e condiviso e non un'azione schiacciata sull'evento della presenza del duetto a Bologna. Ma molti non hanno resistito e sono andati comunque a contestare o solo a dare un'occhiata. Erano soprattutto uomini, e uomini eterosessuali, e tra le donne, la maggior parte erano ragazze molto giovani. A quella "violenza" caotica ha risposto una violenza che faceva e fa il paio, perfettamente, con la violenza epistemica del discorso antiabortista: quella dei poliziotti sotto il palco e dei carabinieri nella adiacente Piazza del Nettuno. I primi, così come i secondi, hanno caricato a freddo, una, due, tre volte, colpendo chi, armato di pomodori e bottigliette d'acqua, come le ragazze-mignon in prima fila sotto al palco, si è accasciato sotto i colpi dei manganelli dei poliziotti-armadio.

In tal senso la libertà di espressione non è stata violata nel senso descritto da Miriam Mafai sulle colonne del quotidiano La Repubblica : alla presenza del duetto antiabortista, è corrisposta infatti una contestazione non solo prevista, ma voluta dagli stessi organizzatori del comizio. Basti dire che l'ufficio stampa di "Aborto? No, grazie" aveva mandato una email nella lista della Rete delle donne di Bologna, perché voleva, pretendeva, che vi fosse contestazione. Per questo alcuni gruppi femministi avevano deciso di fare altro, come ripetere l'azione "Adotta un consultorio" e affiggere, la notte prima, sui muri della città delle vignette con "pensierini" in difesa dell'autodeterminazione delle donne. Piuttosto quella stessa libertà è stata "ripartita in modo diseguale": picchiare persone con il manganello rovesciato in risposta ad una frittata fatta di urla, uova e pomodori dovrebbe far riflettere sulle modalità d'accesso (differenziato) alla libera espressione e sul livello di esasperazione che aleggia nel Belpaese e che è diretta conseguenza della (considerata lecita) violenza simbolica del continuo attacco alle conquiste delle donne.

4/04/2008

2008/04/02

La Pillola del giorno dopo: i fatti di Pisa

Da Femminismo a Sud

A Pisa
è successa una cosa grave. Due ragazze alla ricerca della *pillola del giorno dopo* sono state trattate ne più e ne meno che come delle fastidiose accattone. Sia i medici della guardia medica che quelli dell'ospedale hanno rifiutato di prescrivere il farmaco richiesto. Per chiarire ancora, semmai ve ne fosse bisogno: La pillola del giorno dopo NON E' la RU486, la famosa pillola abortiva che eviterebbe alle donne che vogliono interrompere la gravidanza la crudeltà di un invasivo e dolorosissimo intervento chirurgico. La pillola del giorno dopo E' un contraccettivo d'emergenza che va preso entro le 72 ore dal rapporto a rischio.

Nulla dice che i medici possano obiettare. Nessun medico si può rifiutare di prescrivere la pillola del giorno dopo. Una delibera del consiglio regionale toscano, infatti, "avverte i medici che non fornire la pillola a chi la chiede si configura come un reato: quello di interruzione di pubblico servizio".

Ma a Pisa evidentemente i medici pensano di essere in un altro stato e fanno un po' come gli pare e per questo rischiano una sanzione disciplinare dalla azienda sanitaria locale e una denuncia in piena regola. I dottori di cui si parla, secondo le segnalazioni arrivate all'Asl, hanno rifiutato di prescrivere la pillola del giorno dopo a due ragazze che in giorni e luoghi differenti sono andate a chiedere assistenza.

La prima ha trovato un bel cartello alla porta della guardia medica che diceva: "Presso questo ufficio non viene prescritta la cosiddetta pillola del giorno dopo". Capite? Neppure fosse una casa privata o un negozio di alimentari in cui si può trovare scritto: "In questo negozio non si vende carne di pollo!".

La ragazza giustamente non si arrende. Sono le due di notte e non può rintracciare ne' il suo medico curante ne' la ginecologa. Così prova ad andare in ospedale. Anche lì però la stessa storia. Le hanno detto che doveva aspettare fino alle 6.00 del mattino perchè il medico di guardia notturno era un obiettore di coscienza e non avrebbe prescritto la pillola.

Al cambio turno la ragazza riceve la pillola, pagata con un ticket di 25 euro (che attraverso la prescrizione alla guardia medica sarebbe costata molto meno), e dato il ritardo con cui l'ha presa c'e' certamente un dubbio sulla sua efficacia.

Dopo qualche giorno un'altra ragazza accompagnata da un'amica si reca al pronto soccorso. Deve aspettare le emergenze della fila fino a che un'infermiera non le indica la guardia medica per accellerare i tempi. Così la ragazza chiama al telefono ed è arrivata la doccia fredda: i medici hanno risposto "di restare pure al pronto soccorso perché tanto lì nessuno dei medici le avrebbe prescritto la pillola". Così l'infermiera non può fare altro che consigliarle di provvedere svegliando una persona fidata che avrebbe potuto risolvere il problema entro la fine delle 72 ore.

Su queste due gravi vicende l'Asl "ha avviato una indagine interna". Come prima cosa tenteranno di individuare con certezza - come dice il quotidiano da cui è tratta la notizia - i medici che si sono rifiutati di prescrivere la pillola e di chiarire la questione del cartello *non autorizzato* affisso davanti la porta della guardia medica.

A questo proposito il Presidente dell'Ordine dei medici di Pisa ricorda che il comitato di bioetica ha "introdotto la possibilità di una cosiddetta clausula di coscienza": vale a dire che se un medico non si sente di prescrivere la pillola del giorno dopo può seguire la propria coscienza a patto che "metta in condizione la paziente di ottenere quello che chiede nei tempi e nei termini stabiliti". Tutto ciò però può essere fatto se l'azienda sanitaria riceve comunicazione di questa intenzione. Dall'Asl pisana invece non arrivano notizie di medici che hanno segnalato ufficialmente particolari disagi e che si siano appellati alla clausula di coscienza.

Insomma questi medici non hanno proprio scuse di nessun genere. Diventa poi oltremodo paradossale che un comitato di bioetica possa fornire linee di comportamento della professione che dovrebbero essere sancite per legge. Cosa ne direbbero i medici se il "comitato delle donne incazzate" (che si può fare, statene certi) stabilisse che ad ogni medico che assume questo comportamento può essere dedicato il provvedimento indicato secondo le nostre particolari clausule di coscienza? Lascio a voi la libertà di immaginare quale potrebbe essere...

--->>>Per tutte: se vi capita la stessa cosa, se andate in farmacia e il farmacista non vi vuole dare la pillola del giorno dopo neppure su presentazione della ricetta, denunciate medici e farmacisti. QUI le istruzioni per sapere come fare.

2008/03/15

Precarie del mondo unitevi...e chiedete a Pier Silvio di sposarvi!


Precarie dal "lodevole sorriso"chiedono la mano di Pier Silvio

ROMA - Stavolta Silvio l'ha fatta grossa. Ma così grossa che potrebbe costringere il primogenito Pier Silvio a passare le prossime settimane a smistare richieste di matrimonio e/o richieste di assegni di mantenimento. C'è un esercito di precari e precarie infatti che ha deciso di prendere in parola i consigli del Cavaliere. Ed avendo tutti i requisiti richiesti, dalla condizione di co.co.pro a quella di un sorriso dolce, rassicurante e magnetico, chiedono di sposarlo. O, in alternativa, di essere da lui mantenuti.

SCARICA L'ISTANZA DI MATRIMONIO.pdf


Stavolta il Cavaliere non può certo lamentarsi di mancanza di ironia e assenza di humour. Capirà, ad esempio, che la condizione di precario aiuta ad allenare l'ingegno e a sfruttare ogni minimo appiglio che può sbucare fuori all'improvviso nella fluida e incerta vita da precario. Un appiglio come una dichiarazione del candidato premier pronunciata in diretta tivù. Silvio ha suggerito alla giovane (che intanto ha candidato al Comune di Roma) che la soluzione dei suoi problemi di lavoratrice co.co.pro e part time è sposare un milionario? O il figlio di Berlusconi? Detto. Fatto.

"Così - racconta l'autrice dell'istanza - l'altro giorno mentre stavamo compilando 581 domande di stabilizzazione di altrettanti precari del ministero dell'Ambiente e dell'Apat abbiamo pensato di utilizzare più o meno lo stesso schema per le domande di matrimonio". L'idea è genialmente semplice. Ha la forma di un foglio di carta A4, la dicitura "raccomandata" ed è, nè più nè meno, che una istanza di matrimonio. Comincia così: "Oggetto: istanza di matrimonio ai sensi delle dichiarazioni del candidato premier del Pdl Silvio Berlusconi nel corso del programma Punto di vista del Tg2 del 13 marzo 2008".

Segue un modulo da riempire con nome e cognome, dati anagrafici, codice fiscale e la citazione integrale di quello che il Cavaliere ha detto in tivù alla giovane che gli chiedeva soluzioni per la sua vita co.co.pro: "Io, da padre, le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere". A parte la consecutio dei tempi - forse era meglio un futuro invece dell'indicativo - la dichiarazione di Berlusconi, accompagnata a sua volta dal di lui da sorriso rassicurante, non fa una piega. E non lascia spazio a dubbi.

Quindi, si legge nell'istanza, "essendo il sottoscritto o sottoscritta in possesso dei requisiti (sottolineato ndr) previsti dalle suddette dichiarazioni (precari e lodevole sorriso) chiede di potersi sposare con Lei (sic)". Non c'è fretta, ovviamente. Il Cavaliere, o qualcuno dei suoi figli, Pier Silvio ma anche il più giovane Luigi e poi chissà, anche i nipoti, possono prendersi tutto il tempo che vogliono. In attesa della cerimonia infatti, i precari dal bel sorriso chiedono "di poter essere mantenuto/a con adeguato assegno di mantentimento".

A proposito del sorriso va segnalato che i precari titolari della richiesta di matrimonio precisano in un "nota bene" che "il lodevole sorriso è un requisito acquisito a seguito dei ripetuti colloqui per i rinnovi dei contratti". Insomma, caso mai il Cavaliere non lo sapesse, questi ragazzi, molti trentenni, hanno imparato a sorridere per non piangere e per distrarre il capo del personale di turno, quello che fa i colloqui, dalla monta di rabbia, speranza e disperazione che sale dal loro stomaco su fino al volto ad ogni incontro per cercare lavoro. Allegato all'istanza c'è la foto "attestante il lodevole sorriso" di cui sopra e la dichiarazione, sorta di liberatoria, che assicura che "nessuna altra analoga istanza è stata inviata ad altro milionario". L'indirizzo è in alto a destra sul foglio: "A Pier Silvio Berlusconi-vicepresidente Mediaset-viale Europa 46, 20093 Cologno Monzese- Milano".

Da Repubblica.it

(14 marzo 2008)

2008/03/03

La Rete delle donne denuncia le intimidazioni della polizia nei confronti delle donne di Bologna

Update:

Come Rete di donne esprimiamo lo sdegno per gli accadimenti del 1° marzo.
Non è concepibile il comportamento tenuto dalle forze dell'ordine contro donne e lesbiche che esprimevano legittimamente e pacificamente i loro diritti e le loro idee.
Non è ammissibile la sensazione di mancanza di sicurezza che è stata trasmessa proprio da chi è demandato istituzionalmente a garantirla. Non è sopportabile la mancanza di rispetto per le libertà e per i diritti delle donne in una democrazia che vuole definirsi tale. Non siamo disposte ad accettare abusi e intimidazioni e non tolleriamo l'atteggiamento arrogante, non lasciamo passare in silenzio nessuna prevaricazione.
Quello che è successo sabato scorso è un fatto gravissimo ed è ancora più grave che ad essere denunciate siano state le donne che manifestavano la loro solidarietà verso donne che denunciano le violenze, e con i metodi autoritari tenuti.
Questi avvenimenti sono le prime prove generali di controllo e repressione contro donne che in prima persona si spendono per tutte, politicamente impegnate?
Come queste donne fermate sabato, donne di un collettivo "QQQQQuelle che non ci stanno" che proprio a partire dal processo per cui avevano fatto il volantino, lottano contro la violenza maschile sulle donne. Noi non ci stiamo e non staremo a guardare e non rinunceremo alla lotta per sovvertire il sistema patriarcale dominante.



--> Ricordiamo a tutte il PRESIDIO che si terrà a
BOLOGNA il 4 MARZO 2008 in Piazza Trento Trieste alle 9:30 SOTTO IL TRIBUNALE PER IL PROCESSO A LUIGI MARAIA, aggressore di Mara.


Di seguito i fatti accaduti l'1/03/2008 a Bologna riportati dal comunicato stampa del coordinamento "Quelle che non ci stanno":

Alle ore 17 del 1 marzo ’08, in via delle Belle Arti tre compagne del coordinamento Quelle che non ci stanno, che denuncia da anni la violenza maschile sulle donne, promuovevano un presidio per il 4 marzo, sotto il tribunale, in solidarietà ad una donna che denunciò nel settembre del 2006 colui che aveva cercato di stuprarla, tre uomini in borghese senza qualificarsi come forze dell’ordine le avvicinavano chiedendo loro di mostrare i documenti d’identità . (Continua)

Leggi tutto il comunicato di Quelle che non ci stanno

Leggi il comunicato dell'UDI Nazionale del 2/03/2008

Leggi il comunicato di Controviolenzadonne.org

Leggi il comunicato del Collettivo Amazora


2008/02/26

Tra la festa il rito e il silenzio scegliamo la lotta!

Comunicato conclusivo

dell'Assemblea nazionale

Roma 23 e 24 febbraio 2008

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Il 23 e 24 febbraio in più di 400, femministe e lesbiche, ci siamo incontrate a Roma per dare un seguito al percorso nazionale iniziato con la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne.

Due giorni in cui i nostri desideri, le nostre differenze e le nostre idee ed elaborazioni politiche si sono incontrate per dare sostanza all’affermazione della nostra autodeterminazione.

Abbiamo discusso insieme delle strategie di resistenza e trasformazione del mondo che abitiamo e delle pratiche che intendiamo agire per fermare la violenza maschile che si manifesta in varie forme: quella che avviene in famiglia, quella delle istituzioni e delle leggi che espropriano e controllano i nostri corpi, del sistema economico che precarizza le nostre esistenze, della cultura e della formazione che ci educa alla passività e alla subalternità, dell’eterosistema che costringe i nostri desideri e le nostre relazioni all’interno del modello unico dell’eterosessualità.

Abbiamo discusso di spazio pubblico, della sua presunta neutralità e della necessità di riappropriarci di tutti gli spazi con la nostra pratica collettiva e autodeterminata.

Abbiamo parlato dell’accesso e della riappropriazione da parte delle donne delle tecnologia e dei mezzi di comunicazione, tramite l’utilizzo del free-software.

Abbiamo parlato di razzismo, cercando di partire da noi per esplorare la complessità del rapporto con l’altra, anche alla luce dei nostri privilegi, sottolineando che non possiamo dirci autodeterminate se a tutte, e quindi anche alle donne migranti, non vengono garantiti quei diritti che rivendichiamo e riteniamo minimi per la nostra esistenza.

Il sommovimento femminista e lesbico ha espresso la necessità di altri momenti di confronto e discussione, nonchè di proseguire la lotta facendo vivere le nostre elaborazioni negli prossimi appuntamenti che verranno costruiti:

• un presidio il 4 marzo sotto il Tribunale di Bologna per un processo per stupro;
• un presidio il 5 marzo sotto la sede della Corte di cassazione a Roma per solidarietà alle donne che hanno denunciato per stupro un medico anestesista;
• presidio il 18 marzo a Perugia, sotto il tribunale dove si terrà l’udienza preliminare per l’uccisione di Barbara Cicioni da parte del marito;
• una manifestazione nazionale a maggio in una città del sud contro la violenza maschile nelle sue varie forme;
• due giorni di discussione nazionale forse nel mese di giugno;
• una campagna nazionale per l’autodeterminazione e la libertà delle donne e delle lesbiche che si articolerà attraverso le proposte discusse dai vari gruppi tematici;
• un 8 marzo autorganizzato da femministe e le lesbiche a livello territoriale che rilanci la lotta per l’autodeterminazione, manifestando con lo striscione comune:

«Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta!».

L’assemblea ritiene necessario che femministe e lesbiche producano conflitto in piena autonomia e in modo autodeterminato. Esprimiamo un forte e chiaro no alla strumentalizzazione a fini elettorali dell’8 marzo da parte di cgil cisl e uil, organizzazioni che sostengono politiche familiste
e di controllo sui corpi e a cui non deleghiamo l’espressione del nostro pensiero e delle nostre pratiche politiche.


Assemblea nazionale di femministe e lesbiche

Roma, 24 febbraio 2008


Relazioni finali dei tavoli:

tavolo 1: VIOLENZA

tavolo 6: PRATICHE E PROSPETTIVE

tavolo 7: FEMMINISMO E SPAZIO PUBBLICO

2008/02/15

A Bologna le donne difendono la loro libertà

Sono state ventiquattro ore frenetiche quelle che hanno preceduto il presidio di Bologna del 14/02/2008 davanti all’Ospedale Sant’Orsola. Ore cariche di dolore, rabbia, paura e speranza. Il dolore condiviso con le donne di Napoli, che hanno assistito alla profanazione di un ospedale e di un reparto, quello di ginecologia, che parevano ancora lontani da atti di violenza di Stato, che dovrebbero essere luoghi di assistenza, di cura, e perciò sicuri e accoglienti. Invece sette uomini in tenuta anti-camorra hanno superato quel limite, trasformando un rifugio in un presidio militare come un altro, trasformando l’ideologia antiaborista in una pratica di sopraffazione, e senza mandato, non hanno pensato due volte prima di accanirsi su una donna per difendere un feto. Perché lo scambio, è stato chiaro, era questo: una donna per un feto. Come nel Medioevo, quando pur di garantire il paradiso a bambini non nati, i preti squarciavano il ventre della donna, sacrificandola, per benedirne l’interno. Sembra macabro, ma non dimentichiamo che nel nostro Occidente e nel nostro paese in particolare il problema più grande che ha toccato bioetica e biopolitica è stato ed è proprio quello della status ontologico della donna (in quanto “diversa”), per giungere a quello delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali (in quanto “non conformi”). Sono i nostri corpi, le nostre vite che vengono messe in gioco, i nostri corpi di donne ancora considerati solo per la funzione riproduttiva, ancora temuti e quindi criminalizzati per il “potere” della riproduzione. La Legge 194 ha legalizzato una pratica, l’aborto, che esiste da sempre, ma che in forma clandestina ha causato milioni di vittime. La Legge 194 non è perfetta ma sancisce la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo, sulla propria salute, o meglio la restituisce.

La rabbia, insieme alle lacrime, si è scatenata nel vedere una donna criminalizzata, interrogata come una delinquente qualsiasi, nel momento più delicato, forse, della sua vita: durante un aborto terapeutico. Nel non voler credere che un Paese laico, a suo dire, possa permettere lo scempio di una rimonta del potere e del controllo patriarcale sulla vita e le scelte delle donne. Nella consapevolezza di una campagna elettorale che investe il corpo delle donne come oggetto del contendere. Le donne che erano in assemblea a Bologna martedì 12 Febbraio alla notizia dei fatti di Napoli non hanno avuto dubbi: saremo con le donne, ma a Bologna, davanti all’Ospedale Sant’Orsola. Davanti al reparto di ginecologia ove tante donne si sono viste negare finanche la “pillola del giorno dopo”, cioè il diritto alla contraccezione d’emergenza, dove il numero di obiettori di coscienza è troppo alto. La Rete delle donne di Bologna stava discutendo di temi importanti, ospiti dell’associazione Orlando (ospiti perché in attesa da due anni, dalla chiusura della Sala dei Notai, di uno spazio autonomo delle e per le donne), del centenario dell’8 Marzo. Si pensava a una manifestazione incentrata sull’”autodeterminazione”, ci chiedevamo come tradurre, declinare un termine così profondo in modo da renderlo comprensibile alle nuove generazioni. Si parlava della campagna Obiettiamo gli Obiettori lanciata dal collettivo femminista Mai Stat@ Zitt@ di Milano, e la decisione era chiara anche prima di ricevere la notizia del Policlinico napoletano. Aderiamo, “staniamo” gli obiettori, creiamo una mappa per le donne fatta di luoghi, orari in cui possano essere certe di ricevere il servizio che spetta loro. Poi la notizia, e la decisione di esserci, con la paura di non essere abbastanza. Con la speranza di vedere le donne in strada a difendere i propri diritti, la propria libertà di scelta.

Così è partita una e-mail, un appello:

“Care,

avrete sicuramente letto la terribile notizia del blitz della polizia al Policlinico di Napoli dovuto, dicono, alla segnalazione anonima di un infanticidio in flagranza (Art. 578 Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale), risoltosi nell'ammissione di un normale aborto terapeutico, dopo lunghi e illegittimi interrogatori e sequestro del materiale biologico espulso (previo riconoscimento della "vittima" da parte della madre).

Chi ci dice che quella telefonata sia mai arrivata? Chi può dire se non fosse invece in atto un'indagine ambientale, se non vi fosse tra le corsie un poliziotto in borghese in attesa di poter punire quei pochi medici che non obiettano all'IVG? Viviamo in questi giorni un accanimento generalizzato (disumano e rabbioso) contro la libertà di scelta delle donne che si sta traducendo sempre più in violenze e ingiurie. In stigmatizzazioni senza senso e ora, addirittura, in un tentato arresto! Questo atto vigliacco risuona nella testa di tutte come un temibile avvertimento: vi puniremo, assassine! Ma noi non siamo assassine e tanto meno abbiamo paura. Siamo soltanto sempre più indignate e pronte a difendere le nostre vite, la nostra dignità di donne libere di scegliere.

E' chiaro come il protocollo firmato dai ginecologi cattolici romani sulla rianimazione del feto sia colpevole di aver creato un clima di criminalizzazione delle donne che vogliono o che sono costrette ad abortire. E' chiaro che la proposta di moratoria sull'aborto di Ferrara ha avuto echi straordinari tra gli integralisti che siedono e siederanno nel nostro parlamento. E' chiaro il servilismo del nostro ceto politico ai diktat vaticani così come pare chiaro che non possiamo accettare una campagna elettorale tutta incentrata su come stigmatizzare i nostri corpi e come limitare la nostra libertà di autodeterminazione.

Le compagne napoletane saranno giovedì 14/02/2008 alle 17.00 in presidio in Piazza Vanvitelli. Le donne in tutta la nazione stanno organizzando presidi in concomitanza con quello napoletano.

A Bologna l'appuntamento è alle 17.00 sotto l'Ospedale Sant'Orsola (Via Massarenti 13), cioè alle porte del reparto di ginecologia con il più alto numero di obiettori di coscienza, ove, insomma, il servizio pubblico non garantisce l'applicazione della Legge 194.

Rete delle donne di Bologna.”

Ed ecco che le donne rispondono, e davanti all’Ospedale le generazioni si incontrano. Più di mille decidono di bloccare Via Massarenti per poi portare il corteo non autorizzato fino a Piazza Maggiore. La mancata autorizzazione viene rivendicata dalle manifestanti: “nemmeno la Polizia era autorizzata a fare irruzione a Napoli”. Ma la mediazione di alcune parlamentari e la spontaneità nel trattare con gli agenti hanno fatto sì che la manifestazione si svolgesse pacificamente lungo Via San Vitale fino al centro. Con le nostre voci, i nostri corpi, con la rabbia ma anche la gioia di ritrovarsi insieme, con la consapevolezza delle donne e delle ragazze che non è finita, la strada è lunga, ma che ci siamo tutte e che la nuova generazione di donne (precarie) è pronta a lottare.

“La 194 non si tocca, la difenderemo con la lotta”, “L’integralismo non è lontano: in Italia abbiamo il Vaticano!”, “Ferrara, babbeo, beccati ‘sto corteo!”, “Papi, papà, padrini e padroni, decidiamo noi senza condizioni”, “Tremate, tremate le streghe son tornate, le figlie e le nipoti non vi daranno i voti!”, “Il nostro problema non è la cellulite, ma come liberare le nostre vite”.

Barbara Mazzotti

Rete delle donne di Bologna


Update -


1) Tg1 del 14/02/2008




2008/02/08

Report Assemblea 7/02/2008

1) Quest’anno si celebra il centenario della Giornata Internazionale della Donna (8 Marzo) e le donne in Rete intendono lanciare con entusiasmo una grande manifestazione locale in Piazza Maggiore.

La parola d’ordine che più ci è parsa significativa ed includente è AUTODETERMINAZIONE. Gli attacchi alle libertà delle donne di decidere sul proprio corpo, sulla propria sessualità, sulla propria vita sempre più precaria, in un clima di precarietà totalizzante, a partire da quella pericolosa dei diritti che davamo per acquisiti (ahimè), vanno fermati. Ma la nostra posizione non vuole essere di sola difesa dell’esistente. Abbiamo pensato di riappropriarci dei “valori”, declinati al femminile, come “parole delle donne” a partire dalle conquiste storiche, e di redigere così un “manifesto”.


Vogliamo costruire insieme questa importante giornata?

Come riempiamo con i nostri corpi quella piazza? Largo alle idee!!!

(sarà aperto un post sul blog della Rete ove scrivere le proposte!)


Come ci organizziamo per la settimana dell’8/03? Abbiamo pensato a volantinaggi a tappeto nei luoghi più frequentati dalle donne!!

L’Ass. Orlando raccoglierà invece tutte le iniziative delle donne (costruzione di un calendario) in città in modalità che comunicheremo in seguito.

La prossima assemblea della Rete sarà Martedì 12/02/2008 alle 18.30 in Via San Felice 24.

2) La Rete delle donne di Bologna parteciperà al tavolo che si occuperà di autodeterminazione e contrasto alle politiche totalitarie sui nostri corpi del 23 e 24 febbraio a Roma. La Prospettiva che la rete porterà sarà la proposta di Conferenza Nazionale sulla salute delle donne, in continuità con le decisioni dell’assemblea del 2/02 Occorre il nostro Benestare

3) La Rete aderisce al presidio davanti all’Antoniano del 10/02/2008 alle 9.30 promosso da Figliefemmine, in disturbo/contrasto della Tavola Rotonda dei movimenti per la vita sulla Legge 194 E INVITA LE DONNE A PARTECIPARE

4) Obiettiamo gli Obiettori (proposta di Mai stat@zitt@ - MI): Ci stiamo!

La lotta è su due fronti: li troviamo e boicottiamo e avviamo una campagna mediatica con provocatorio appello agli obiettori stessi di rivelarsi alle donne, in modo da permetterci di poter scegliere il momento giusto per andare in ospedale, la lettera la sta scrivendo Fernanda. Non è inoltre esclusa la possibilità di future manifestazioni davanti agli ospedali.

C’E’ TANTO LAVORO DA FARE! MA NE VALE LA PENA!!

Rete delle donne di Bologna

2008/02/04

Sul macabro pronunciamento dei ginecologi cattolici.

Di Elena del Grosso (biologa e genetista) per la Rete delle donne di Bologna.


Molte delle mie preoccupazioni, esternate ultimamente all’incontro “Occorre il nostro Benestare” si sono materializzate nella decisione presa dai titolari delle cattedre di Ostetricia delle quattro Università romane (alla faccia della laicità dell'insegnamento universitario). E' arrivato ciò che era nell'aria da molto tempo. La competizione elettorale che si è avviata necessitava di uno starting point. Gli "esperti" lo hanno preparato e consegnato ai competitori e purtroppo alle competitrici.

Credo che noi donne dobbiamo fare uno sforzo di riflessione individuale e collettivo per rispondere a quest'ennesimo attacco anche se ci fa schifo e forse siamo impegnate su temi che ci appassionano di più.

Ancora una volta la laicità e l'autodeterminazione della donne come diritto della persona a decidere di sé, del proprio corpo e della propria vita è la sola strada percorribile.

Per un momento lasciamo stare la 194 e prendiamo in considerazione la questione del testamento biologico (neanche questa voluta dalla chiesa ma su cui il mondo laico ha costruito un generale consenso) che riguarda le fasi della vita e della morte di ciascuna/o di noi . Il testamento biologico mentre ci interroga nel profondo, ci rimanda ad un'assunzione di responsabilità rispetto al che fare nei momenti estremi della nostra vita quando non possiamo più esercitare quel famoso "consenso informato" di cui il medico ha bisogno per agire sul nostro corpo e che è l'espressione della nostra autonomia di scelta sancita dalla Costituzione.

Un feto di 5 mesi può esercitare questo diritto all'autonomia e fare quindi testamento biologico? La risposta è evidente: no! Allora chi lo fa per esso?

Chi è il soggetto morale che lo può fare? Una legge astratta dello stato in nome di un'etica dei principi o la madre che ce l'ha nel suo corpo (quel feto è parte di essa) e la cui etica della responsabilità le consente di coniugare i fatti che inaspettatamente le vengono presentati con i valori che fino a quel momento l'hanno conformata?

Noi rispondiamo che quella donna come madre di quel feto che dopo 5 mesi è evidentemente un figlio desiderato è l'unica autorizzata a parlare e prendere la decisione (non siamo all'inizio di una gravidanza dove se non c'è il desiderio o la possibilità di essere madre, il diritto a interrompere la gravidanza non è da mettere in discussione). Non ci dovrebbe essere legge dello stato o altro genitore a prendere il suo posto (non si è forse sempre detto "mater certa est"?). Nessun altro, tranne lei, può elaborare quel dolore e quel lutto.

La proposta dei ginecologi è offensiva di tutto questo. E' una sorta di accanimento terapeutico e di violenza inaudita nei confronti delle donne. E' una cattiveria gratuita che fa scempio della gravità e della sofferenza di quella donna che è costretta a rinunciare alla propria felicità in nome di una sicura vita di sofferenza o della sicura morte di quel figlio che ha nel suo grembo.

Tuttavia credo che le donne debbano fare una seria riflessione utilizzando un linguaggio più semplice possibile, accessibile al maggior numero di donne e che sappia parlare al cuore oltre che alla testa.

Su almeno due cose dobbiamo dire cose nuove:

  • la medicalizzazione della gravidanza e di quell'embrione poi feto che cresce nel suo corpo che diventa un oggetto in mano al potere medico che tutto sa e tutto decide;
  • la medicalizzazione delle nostre vite per cui o siamo sempre malate (il concetto di “completo benessere” volutamente e giustamente aggiunto dall'OMS sembra tuttavia rimanere un mito!) o se siamo sane siamo tuttavia “in pericolo di”.

In una società con un ambiente inquinato fino a porre in discussione l'intera sopravvivenza umana, con le guerre e le armi di distruzione di massa è ridicolo pensare che la classe dirigente si preoccupi davvero per la salute dei suoi concittadini in questo modo, considerato che al solito se lo fa ragiona soltanto in termini di costi del welfare.

Nella società della prevenzione, "meglio prevenire che curare" è uno slogan retorico ma efficace per la costruzione del consenso su ciò che è salute e ciò che è malattia. E’ uno slogan che si delinea perciò come uno strumento di controllo sociale e di discorso ideologico intorno alle politiche del corpo e della vita nel senso ampio del termine.

Le questioni eticamente sensibili diventano così strumenti di politiche che mirano a fare dei corpi di uomini e donne le nuove "res publicae" su cui e attraverso cui arrivare alle "nuove sintesi" politiche.

Personalmente così some sono stata molto critica alla "Nuova sintesi" sociobiologica di Wilson così sono contraria a queste nuove sintesi politiche che ripropongono vecchi modelli e che nello specifico della questione di cui si parla in questi giorni (mi fa schifo persino nominarla) ripropone l'antico conflitto tra il diritto alla vita della madre e il diritto alla vita del feto dove la chiesa si è sempre schierata a favore del figlio del padre dimenticando, i suoi sacerdoti (devoti o meno) di essere nati da una donna.

2008/01/23

Corte Strasburgo condanna Parigi per l'adozione negata a una lesbica

La sentenza del massimo organo giurisdizionale europeo in materia di diritti umani. Le autorità francesi devino pagare i danni alla donna ed evitare discriminazioni future

Corte Strasburgo condanna Parigi

per l'adozione negata a una lesbica

STRASBURGO - La Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato la Francia per aver rifiutato a una lesbica l'autorizzazione ad adottare un bambino. Con dieci voti contro sette la Corte ha decretato che Parigi ha violato l'articolo 14 (divieto di discriminazione) e l'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Una sentenza che potrebbe avere riflessi per altre adozioni gay in Europa.

I giudici di Strasburgo hanno stabilito che le autorità francesi dovranno versare alla maestra elementare E.B., 45 anni, la somma di 10 mila euro per danni morali e dovranno impedire che simili discriminazioni si ripetano in futuro.

"Questa sentenza avrà conseguenze importanti - ha affermato l'avvocato di E.B., Caroline Mecary - d'ora in poi la Francia non potrà più negare l'adozione a una persona non sposata sulla base della sua omosessualità".

Il caso era finito a Strasburgo nel 2002, dopo che la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso della donna sostenendo che il no alla domanda di adozione presentata quattro anni prima era dettato dalla sua "scelta di vita" e non dalla sua omosessualità. Un no che il giudice di prima istanza aveva motivato con l'assenza di una figura paterna e con il ruolo poco chiaro della partner di E.B., una psicologa con cui convive dal 1990. Ma la Sezione allargata (Grand Chamber) della Corte europea ha valutato che il diniego era legato all'orientamento sessuale dell'aspirante madre adottiva, anche perché la Francia riconosce le adozioni per i single.

Per la Corte europea, il più importante organo giurisdizionale in materia di diritti umani, "l'influenza dell'omosessualità sulla valutazione" del tribunale francese "non solo è stata accertata, ma è risultata essere il fattore decisivo" nel respingere la domanda.

In Francia sono in vigore istituti giuridici simili ai Pacs proposti per l'Italia che regolano i diritti delle coppie di fatto, anche omosessuali, ma non esiste alcuna legislazione precisa sulle adozioni gay.

2008/01/15

Sull'assemblea nazionale delle donne

Da Noidonne.org

Assemblea nazionale delle donne

Centinaia di donne provenienti da tutta Italia si sono riunite alla Casa Internazionale delle Donne di Roma per fare un bilancio dopo la manifestazione del 24 novembre e discutere le strategie e le iniziative future.



Sono arrivate da Taranto, Gorizia, Salerno, Milano, Palermo, Torino, Firenze, Trieste, Napoli, Viareggio, Bologna e da molte altre città. Numerosissime le realtà rappresentate, le associazioni, i gruppi, i collettivi e le singole donne, anche impegnate in ambiti istituzionali. Donne di tutte le età, dai dieci ai quasi novanta, in una sala che è rimasta gremita fino in serata.
Al di là delle differenze di opinioni, esperienze, pensieri, è comune l’intento di creare una piattaforma di azione per la libertà e l’autodeterminazione delle donne, coordinata a livello nazionale e che abbia forte radicamento a livello territoriale.
L’intento dell’assemblea è quella di proseguire in maniera organizzata il cammino intrapreso a partire dall’emozionante esperienza del 24 novembre 2007, su cui sono state fatte valutazioni positive. “Intendiamo dare una valorizzazione all’esterno e all’interno” è stato detto da una delle organizzatrici.
Bisogna combattere tutte le forme di violenza contro le donne: la violenza sessuale, la violenza economica, la violenza politica e istituzionale, la violenza psicologica, la violenza culturale. “Vogliamo spazi autonomi” ha detto Emilia di Salerno.
C’è “una grande inadeguatezza della politica istituzionale” rispetto alle problematiche delle donne, ha affermato Franca di Bologna.
Sono necessarie “riflessioni e confronti su temi come il separatismo, le differenze di percorsi e di generazione”.
“Ancora una volta, con la proposta di moratoria internazionale contro l'aborto, gli uomini parlano in nome e per conto delle donne con l'unico scopo di negarne l'autonomia, considerandoci meri contenitori biologici senza volontà né controllo del nostro corpo.” Si legge nel comunicato stampa diffuso da controviolenzadonne.org
Forti critiche sono state mosse verso quanti stanno attuando un attacco alle conquiste delle donne e contro il generale imbarbarimento e impoverimento culturale che vede ancora una volta le donne, le bambine e i bambini vittime di violenze in famiglia e nella società. Sono state pronunciate parole incisive in difesa della legge 194, sul degrado dei consultori, sulle discriminazioni delle donne migranti, sulla “collusione tra destra, sinistra, Chiesa Cattolica e malavita”. “È necessario un confronto serio su tutte le differenze tra di noi, ben sapendo che la politica c’è, il Vaticano c’è, e che siamo quindi ‘costrette’ a produrre politica per tutte le donne”; parole che indicano una chiara volontà di diventare una controparte significativa e “portare avanti insieme concrete iniziative per i nostri diritti in modo collettivo e condiviso”, mantenendo una continuità e “coinvolgendo le donne nelle istituzioni, nei posti di lavoro, nei media”.
Obiettivi comuni e agenda politica comune, quindi, da cui scaturiranno una serie di iniziative, fra cui una 'due giorni' in febbraio e un 8 marzo “nuovo”. Infatti la presenza di giovani e giovanissime e la straordinaria e inaspettata partecipazione, a partire dalla manifestazione nazionale, danno nuovo impulso ai movimenti delle donne.

2008/01/10

Report Assemblea della Rete del 9/01/2007

Breve Report (forse incompleto...) dell' Assemblea della Rete delle donne di Bologna 9/01/2008

1) Bilancio di Genere: abbiamo due importanti appuntamenti,

- lunedì 14/01/2008 alle 17.00 incontro con le assessore Bottoni e Virgilio in Comune (Sala Dentone)

- Mercoledì 16/01/2008 alle 14.45 incontro con la Commissione delle Elette in Comune (Sala Consiliare)

2) Assemblea a Roma del 12/01/2008

Donne che fanno parte della rete che possono andare: Elena del Grosso, Mariella, Barbara M., Maia e…chissà. La Rete rimborsa il biglietto a Barbara M.

La discussione è stata approfondita e utile, tema: cosa portiamo in Assemblea? Come consideriamo la lettera di convocazione dell'Assemblea?

In merito al passaggio della convocazione in cui si scrive Le contestazioni hanno contribuito a chiarire sui media la distanza delle nostre posizioni politiche con quelle istituzionali, la differenza tra protagonismo collettivo e presenzialismo opportunista molte sostengono che tali contestazioni abbiano diversi significati ma non abbiano realmente chiarito la posizione delle donne nei confronti delle istituzioni, almeno a livello mediatico.

Il tema del rapporto con le istituzioni è stato approfondito, in particolare riguardo alla nostra esperienza a Bologna. Nella città ci siamo poste obiettivi importanti che non possono prescindere dal rapporto con le istituzioni, come il bilancio di genere e i progetti contro la violenza sulle donne. La Rete riesce in questo contesto a confrontarsi ma a mantenere la propria autonomia in modo efficace e senza lasciarsi strumentalizzare. Perciò porteremo la nostra esperienza a Roma come significativa.

Per molte donne presenti la lotta non può essere solo "testimonianza" perché ne va della libertà delle donne. Perciò chiederemo a Roma di redigere una piattaforma nazionale di obiettivi comuni, se questo sarà possibile.

Importante è andare avanti.

Ma partendo da basi solide anche riguardo ai nostri stessi metodi organizzativi e di comunicazione, per lasciare spazio a chiarezza e trasparenza su ogni aspetto della lotta nazionale che intendiamo portare avanti.

Dobbiamo difendere le differenze e l'eterogeneità del femminismo italiano, garantendo agibilità politica e riconoscimento a tutte le realtà che lo compongono.

Inoltre dobbiamo parlare a tutte le donne e creare un movimento d'opinione ampio, soprattutto in una fase di attacchi ripetuti alla libertà di autodeterminazione delle donne.

3) Il nuovo anno è infatti iniziato con la proposta di riforma della legge 194.

La difesa della legge deve essere tra gli obiettivi da proporre a Roma. Ma la nostra non può essere una posizione difensiva e ideologica, dobbiamo cominciare a parlarne, e chiedere che la prima parte della legge (che riguarda la prevenzione) venga attuata come chiediamo noi, cioè con il potenziamento (e non lo smantellamento) dei Consultori.

La donna è un soggetto morale ed è capace di decidere riguardo alla sua salute, perciò anche riguardo alla sua gravidanza. A partire da questo punto fermo, dovremmo riaprire un dibattito (riguardo a questo, si pensa ad iniziative a livello locale) serio sull'aborto, per non lasciare questo compito a soggetti malintenzionati.

Se la 194 necessita di una revisione (si intende: garantire il servizio, potenziare consultori ecc..), siamo noi che dobbiamo rivendicare il nostro diritto e dovere di discuterne e decidere in merito.

Proponiamo una manifestazione nazionale su questo tema, se il becero dibattito sull'aborto che oggi vediamo su tutti i media non cessa. La proposta è che la manifestazione si tenga a Marzo.

3) il 2/02/2007 è convocata a Bologna l'assemblea nazionale degli Osservatori delle donne sulla salute e delle associazioni e realtà che hanno a cuore i diritti delle donne.

Sta alla Rete organizzare l'incontro e tutte le donne della Rete sono invitate a partecipare!

Maggiori informazioni al più presto.

4) In preparazione di tale assemblea Vania Zanotti propone un incontro con Maria Giovanna Caccialupi (gestisce un consultorio che si occupa in particolare delle donne migranti), e Teresa Ganzerla propone di incontrare Grazia Lesi.

5) Riguardo alla manifestazione No Vat abbiamo accordato la presenza di Mariella all'assemblea del 13/01/2007 a Roma.

In ultimo la data della prossima assemblea della Rete:

Giovedì 17/01/2008 alle 18.30 in Via San Felice 24