Visualizzazione post con etichetta Appelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Appelli. Mostra tutti i post

2011/02/03

Incontro per organizzare la mobilitazione nazionale del 13 Febbraio

http://www.women.it/cms/index.php?option=com_events&task=view_detail&Itemid=&agid=5784&year=2011&month=02&day=07

lunedì 7 febbraio · 20.30 - 23.30

Bologna, Centro delle donne, Via del Piombo 7


L'Associazione Orlando invita chi vuole continuare a prendere parola e agire contro questo stato di cose ad un incontro pubblico lunedì 7 febbraio alle ore 20,30 al Centro delle donne (Palazzina, via del Piombo 7), per organizzare la mobilitazione, discutendone le forme e i contenuti.

Ombrelli Rossi per il 13 Febbraio

DA: http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2011/02/02/13-febbraio-saremo-la-massa-critica-con-gli-ombrelli-rossi/

Il 13 Febbraio, a Roma, (o in ogni città che vorrete) andremo in piazza con striscioni e volantini, ci metteremo a fine corteo e presenzieremo agli “eminenti” politici che sfileranno sul palco del popolo viola.

Donne e uomini siete invitati a collaborare!! :)

Questo perché ignorare la manifestazione sarebbe segnare un sconfitta.

Andarci e porre in rilievo che il vero problema non è Berlusconi ma come veniamo trattate nelle case e nella società, riteniamo sia un nostro DOVERE.

I volantini riporteranno le informazioni relative alla mancanza di donne nei partiti che sbandiereranno la solidarietà in piazza, alle violenze domestiche e fuori casa che stanno aumentando di pari passo con i femminicidi.

Vogliamo formare una critical mass:

- cappellini rossi/ ombrelli rossi/ rossetti rossi (per chi lo porta).

siete invitati a portarli!! :)

In appoggio alle sex workers e alle donne migranti che vengono emarginate quando si parla di diritti delle donne come se loro fossero da non considerare.

Per chi vuole stare con noi, seguite gli ombrelli rossi.

Appuntamento da stabilire dopo aver saputo qualche notizia.

2010/02/21

8 Marzo 2010 - Campamento femminista per le donne di Haiti


L'8 Marzo del 2010 molte donne a Bologna si ritroveranno a Piazza Nettuno dalle 14.30 per rispondere all'appello delle femministe haitiane.

Dal seminario femminista di Santo Domingo è uscita la proposta di costruire un "Campamento Feminista International "dedicato alle tre femministe fondatrici dei centri antiviolenza e centro di documentazione delle donne di Port au Prince morte sotto il terremoto: Myriam Merlet, Anne Marie Coriolon e Magalie Marcelin.
Questo il documento:

>>La tragedia sofferta dal popolo fratello di Haiti lo scorso 12 gennaio, ha fatto appello alla solidarietà femminista di tutto il mondo e soprattutto a quella delle femministe dell’America Latina e dei Caraibi che, riunite qui a Santo Domingo il 26 e 27 gennaio, presente una rappresentanza del movimento delle donne haitiane, hanno deciso di concretizzare la loro solidarietà per le donne di Haiti e le loro comunità, attraverso la creazione del Campamento Feminista Internacional "Myriam Merlet, Anne Marie Coriolan y Magalie Marcelin".

Si sa che le donne – in particolar modo nei paesi poveri, tra cui Haiti – vivono in una grave situazione di disuguaglianza e d’emarginazione, mentre le loro necessità sono rese invisibili e quasi mai soddisfatte. Questa situazione – riconosciuta anche da organismi internazionali, movimenti femministi e delle donne – peggiora nei momenti d’emergenza e nei disastri.

Allo stesso modo è anche riconosciuto che quando le risorse e gli aiuti sono messi nelle mani delle donne e delle loro organizzazioni, questi arrivano a chi ne ha bisogno, oltre ad essere meglio amministrati e usati.

Abbiamo saputo dalle nostre sorelle haitiane che, nelle drammatiche condizioni esistenti, l’attenzione alle necessità specifiche delle donne è molto scarsa. Tra questi limiti emerge soprattutto che:

• L’attenzione ai parti e alle emergente ostetriche – inclusi gli aborti spontanei avvenuti in seguito al terremoto, così come il trattamento di infezioni vaginali – è praticamente scomparsa, anche negli accampamenti e centri d’aiuto umanitari, con gravi pericoli e rischi di danni e morti delle madri.

• Vogliamo garantire immediatamente l’attenzione psico-sociale, rispettando le necessità delle donne di ogni età e assicurando le condizioni che permettano loro di elaborare il lutto.

Segnalano anche che:

• E’ urgente adottare misure per prevenire, proteggere e sanzionare la violenza di genere in tutte le sue manifestazioni, la cui incidenza, è dimostrato, aumenta in situazioni come la attuale, soprattutto negli accampamenti e luoghi di rifugio.

• Prendere in considerazione che il rischio di tratta delle persone – soprattutto donne e bambine/i – aumenta in situazioni di emergenza e caos, come nel nostro caso.

Campamento Feminista Internacional

"Myriam Merlet, Anne Marie Coriolan y Magalie Marcelin"


Quello che chiedono è di dedicare l'8 Marzo alle donne femministe morte sotto il terremoto e di aderire a questa campagna di costruzione del Campamento feminista International.

Le donne, ragazze, femministe e lesbiche di Bologna saranno
in Piazza Nettuno
dalle 14,30

a diffondere le parole delle compagne haitiane e creare una rete di solidarietà da Bologna.


Per adesioni:
retedonnebologna@women.it

Qui la convocazione dell'8 marzo ad Haiti (pdf)

L'evento su facebook:
http://www.facebook.com/editapps.php?ref=mb#!/event.php?eid=346750536203&ref=ts

2009/11/03

Assemblea nazionale di donne femministe e lesbiche a Bologna e manifestazione nazionale 28/11/2009

Care tutte,

Il 31 ottobre si è tenuta press il Centro delle donne l’assemblea nazionale delle donne, femministe e lesbiche chiamata dall’assemblea cittadina bolognese.

Ne è uscito un documento che motiva il perché della partecipazione ad una manifestazione che in questo momento ci appare importante e opportuna.
L’assemblea non ha ritenuto di poter aderire all’indizione su www.torniamoinpiazza.it, ma ha voluto in ogni caso puntare sulla partecipazione.

Segue il testo dei due documenti.

Nei prossimi giorni definiremo alcuni aspetti organizzativi (pullman, orari ecc.).

1.
L'Assemblea Nazionale che si è riunita a Bologna il 31-10-2009 ha stabilito di non poter aderire tout-court al testo di indizione della manifestazione perchè privo di alcune parole per noi imprescindibili ed anche perché non scaturito da una pratica politica condivisa.
Ha stabilito comunque di dover partecipare alla Manifestazione del 28\11\'09 perchè la denuncia della violenza maschile contro le donne e le lesbiche è tema centrale e continuativo del lavoro politico di molte ed interesse certo di tutte.
Saremo in Piazza a Roma il 28 con la piattaforma che segue.


2)
Il 25 Novembre è la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne.

Dal 2007 noi donne, ragazze, femministe e lesbiche scendiamo in piazza, tante e unite, per denunciare una cultura e una politica sessiste, violente e degradanti.

L’ASSEMBLEA NAZIONALE di donne, femministe e lesbiche, tenuta a Bologna il 31 ottobre 2009, ha riconosciuto l’importanza e l’opportunità di farlo anche quest’anno e ha deciso di partecipare alla MANIFESTAZIONE NAZIONALE indetta a ROMA il 28 novembre e alla MANIFESTAZIONE indetta a MONTALTO DI CASTRO il 29 novembre.

La violenza maschile su donne e lesbiche ha molte facce e si esercita in molti luoghi, in casa innanzitutto, nelle strade, nel lavoro.

Sentiamo perciò la necessità di tornare in piazza e lo facciamo

- ricordando che la maggior parte delle violenze avviene in famiglia e che le politiche familistiche la coprono e la favorisco;

- combattendo una battaglia fondamentale, ma non scontata, per l'inviolabilità del corpo e la difesa della nostra integrità psicofisica;

- indignandoci perché a 30 anni da "Processo per stupro" siamo ancora noi e il nostro comportamento sotto accusa per le violenze che subiamo, come accade a Montalto di Castro e in processi a Bologna e altrove;

- individuando la violenza verso le lesbiche non solo come lesbofobia (fobia, cioè paura) ma come odio verso soggetti che si sottraggono all'eterosessualità obbligata;

-contrastando il diffondersi di una cultura sempre più violenta e machista che si accanisce contro chiunque non si adegui al modello di normalità, siano lesbiche, trans o omosessuali;

- rifiutando l'uso politico e commerciale del corpo delle donne;

- ricordando che l’espulsione delle donne dal mercato del lavoro e il loro confinamento nel precariato toglie indipendenza economica e autonomia;

- denunciando una violenza istituzionale che si manifesta nello scarso stanziamento di fondi ai centri antiviolenza, in sentenze sessiste, nella indifferenza per la violenza che avviene tra le mura domestiche, i cui colpevoli troppo spesso restano impuniti;

- riaffermando il principio di laicità e denunciando un patriarcato religioso che trova eco e sostegno in partiti e istituzioni;

- vigilando affinché nuovi e vecchi fascismi, che sempre hanno oppresso la donna richiamandola al suo ruolo di moglie e madre alle dipendenze dell’uomo, non si diffondano, azzerando memoria e libertà femminile;

- rifiutando il razzismo crescente che si manifesta nelle leggi, nei respingimenti di donne e uomini immigrati, nel rifiuto dello status di rifugiato per persecuzioni di genere, negli abusi e violenze, soprattutto verso donne, dentro i Centri di Identificazione ed Espulsione;

- contrastando la logica della paura e dicendo no tanto agli stupratori quanto alle ronde dei giustizieri;

DICIAMO STOP AL FEMMINICIDIO

per dire basta a ogni violenza fisica, psicologica, economica nei confronti delle donne e lesbiche, e per dire basta alla loro strumentalizzazione ed esclusione dallo spazio pubblico, politico, mediatico, istituzionale.

* *


Riconoscendo il lavoro della Rete Sommosse e le varie e diverse pratiche delle singole donne, delle associazioni e dei gruppi presenti, le donne, femministe e lesbiche dell’Assemblea nazionale invitano tutte a manifestare a Roma e a Montalto di Castro ed a portare in piazza ed in ogni dove,
continue ed instancabili, rabbia indignazione forza e intelligenza per contrastare chi vuole impoverire e controllare le nostre vite per arricchire le proprie.



*Le donne, femministe e lesbiche, dell’Assemblea Nazionale di Bologna del 31 ottobre 2009*

2009/09/23

PRESIDIO Piazza Nettuno, Bologna > L’Italia finanzia le violenze contro le donne migranti

DA: PRESIDIO Piazza Nettuno, Bologna > L’Italia finanzia le violenze contro le donne migranti















L’Italia finanzia le violenze contro le donne migranti

Mercoledì 23 Settembre dalle ore 18

PRESIDIO
Piazza Nettuno, Bologna

Sono tante le testimonianze dei soprusi e delle torture subiti dalle persone detenute nei centri di concentramento libici, ma per le donne, oltre alle torture, il trattamento prevede violenze sessuali e stupri di gruppo! L’Italia, finanziando la polizia e le carceri libiche e respingendo donne e uomini verso la Libia, è complice di queste atroci violenze.

Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di

documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Anche se uomini e donne africani che arrivano via mare rappresentano una minima parte dei migranti senza documenti presenti in Italia, il governo italiano ha concentrato attenzione e risorse sugli sbarchi, poiché essi rappresentano il simbolo della prospettiva emergenziale costruita da anni sul tema dell’immigrazione: sul regime di paura alimentato dalla menzogna dell’”invasione” si gioca la propaganda razzista e criminalizzante del governo, ormai istituzionalizzata nel pacchetto sicurezza.

In base agli accordi tra il governo italiano e il governo libico e alle nuove politiche migratorie inaugurate dall’Italia, le donne e gli uomini provenienti dalla Libia, anche se quasi mai di nazionalità libica, vengono “respinti” senza avere la possibilità di arrivare in Italia e di presentare richiesta di diritto d’asilo, di cui la maggior parte di loro è a tutti gli effetti titolare. Da quando sono cominciati i respingimenti in mare sono stati finora oltre 1.200 le persone che le autorità italiane hanno riconsegnato alla Libia. Durante la detenzione nelle carceri libiche, uomini e donne subiscono violenze inaudite e vere e proprie torture, “Abusi, vessazioni, maltrattamenti, arresti arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture, violenze fisiche e sessuali, rimpatri di rifugiati e deportazioni in pieno deserto. Crimini che l’Unione europea finge di non vedere…” queste le amare conclusioni di un rapporto curato da Fortress Europe nel 2007.

Le donne in particolare subiscono, oltre alle violenze fisiche e psicologiche, stupri ripetuti e collettivi. In seguito alle violenze sessuali, molte di loro rimangono incinte e sono costrette a ricorrere ad aborti clandestini, che spesso le uccidono.

E non è che le cose in “patria” vadano meglio: nei CPT (oggi CIE) viene applicato lo stesso progetto repressivo e violento. Ne è una prova la protesta al CIE di via Corelli a Milano, soffocata dalla violenza delle Forze dell’Ordine. I processi si svolgeranno il 21 e il 23 settembre e vedono implicato anche l’ispettore capo di servizio al centro, accusato da una partecipante alla protesta di tentata violenza sessuale.

Paradossalmente tutto questo viene fatto al fine di garantire la “sicurezza “ dei cittadini e delle cittadine italiane e anche in nome della violenza contro le donne. La ministra Carfagna ha sostenuto, nell’incontro con Gheddafi dello scorso giugno, di voler aiutare le donne africane, e ha presieduto in questi giorni un G8 contro la violenza alle donne escludendo i centri antiviolenza. Di fatto però l’Italia finanzia attivamente le violenze contro donne e uomini migranti con importanti stanziamenti finanziari e di mezzi alla Libia. Del corpo delle donne viene sempre fatto un uso strumentale, viene data risonanza mediatica solo agli stupri di stranieri su donne italiane, quando le violenze commesse da uomini migranti costituisce solo una minima parte delle violenze agite sulle donne nel nostro paese. La maggior parte della violenza avviene all’interno della famiglia cosiddetta “normale”, promossa e protetta e al centro di tutte le politiche sociali.

Vogliamo che sulla violenza alle donne non venga fatta nessuna strumentalizzazione per avallare leggi razziali!

Vogliamo la libertà di migrazione per tutte/i, sia per le persone che emigrano per necessità, in fuga da guerre, dittature e persecuzioni, sia per le/i migranti economici, e per tutte/i coloro che desiderano migrare.

Vogliamo che vengano interrotti immediatamente i respingimenti, che vengano garantiti il diritto all’esistenza, alla libertà, all’autodeterminazione delle e dei migranti, no al reato di clandestinità, no al pacchetto sicurezza.

Vogliamo che le donne che arrivano nel nostro paese non debbano subire ogni tipo di violenza senza potersi ribellare proprio perché una legge della nostra repubblica le rende ricattabili.

Non possiamo più far finta di non vedere e di non sapere, non possiamo non riconoscere il legame tra violenza contro le donne, sessismo, razzismo, lesbo/trans/omofobia, che porta alla normalizzazione di vecchi e nuovi fascismi, auspichiamo che le voci di dissenso producano nuove forme di resistenza.


Invitiamo tutte/i/* a partecipare!!


Per adesioni: altracitta@women.it


Adesioni fino ad oggi arrivate:

Centro inerculturale delle donne "Trama di Terre"
Associazione Armonie
Bologna Città Libera
Fuoricampo Lesbian Group
Facciamo Breccia - Bologna
MIT - Movimento Identità Transessuale
La Tavola delle donne sulla violenza e sulla sicurezza della città
Maria Grazia Negrini
Donne in Nero di Bologna
Marinella Manicardi
Catalina Pazmino
Antagonismogay
Laboratorio smaschieramenti
Associazione Comunicattive
Coordinamento "Quelle che non ci stanno"
LAI - Lesbiche Antifasciste in Italia
Collettivo figliefemmine
Anna Zoli
Coordinamento Donne Trieste

2009/07/13

Stop agli spot sessisti dell'Alma Mater - firma l'appello!


        Al prorettore delegato alla Romagna Ugo Gambetta

        Al vicepresidente della fondazione Flaminia Giannantonio Mingozzi

        Ai responsabili di Serinar e Unirimini

        E. p.c.

        Al rettore Pier Ugo Calzolari

        Al Sindaco di Ravenna

        Al Sindaco di Cesena

        Al Sindaco di Forlì

        Al Sindaco di Rimini

        Alla Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Ravenna

        Alla Assessora alle Pari Opportunità della Provincia di Ravenna

        Alla Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Cesena

        Alla Assessora alle Pari Opportunità della Provincia di Cesena

        Alla Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Forlì

        Alla Assessora alle Pari Opportunità della Provincia di Forlì

        Alla Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Rimini

        Alla Assessora alle Pari Opportunità della Provincia di Rimini

Gentilissime e Gentilissimi,

con la presente siamo a chiedere l’immediato ritiro della pubblicità raffigurante quattro giovani e piacenti ragazze, in tutina aderente bianca, con la dicitura “Le Fantastiche 4. Il meglio per i tuoi studi universitari”.

La pubblicità rappresenta una gravissima forma di discriminazione di genere effettuata da una Istituzione pubblica, ed in quanto tale inaccettabile, poiché lesiva della dignità di studentesse e studenti, nonché dell’immagine stessa dell’Alma Mater Studiorum.

E’ inverosimile ed estremamente grave il fatto che ben quattro sedi della Università più antica d’Europa, e tra le più prestigiose, scelgano, al fine di promuovere la propria immagine ed attirare nuove matricole, l’immagine di quattro “wonderwoman” con sguardi vacui, capelli al vento e corpo esibito in sexy tutine.

Questa pubblicità non raffigura certo la studentessa modello di uno dei poli universitari, posto che negli stessi non si tengo né corsi di Laurea in Astronautica, né in Cinematografia.

Nulla identifica le ragazze in manager, economiste, giuriste, biologhe: quello che si offre sono dei bei corpi, come se i poli universitari distaccati rappresentassero una sorta di “estensione” del divertimentificio romagnolo in cui la giovane matricola fuori-sede possa trovare fantastica “merce”.

Altro che “offerta scientifica”! E’ proposto un modello femminile estremamente eroticizzato, non pertinente con lo sviluppo di nessuna professionalità, se non quella di attitudine alla seduzione ed alla soddisfazione di un immaginario sessuale maschile, anch’esso stereotipato (due bionde, due brune, seno incastonato nei wonderbra, tutina stile manga).

Il manifesto comunica esplicitamente il messaggio che, iscrivendosi ai poli distaccati, si possano trovare le più avvenenti bellezze (Fantastiche 4), e che ciò rappresenti “il meglio” per gli studi universitari…di chi? Di giovani maschi “utilizzatori finali”?

Altresì, l’immagine veicola la concezione stereotipata che la bellezza in primo luogo, e non solo e non anche le qualità intellettuali, rappresentino l’eccellenza, e fantastiche bellezze, prive di qualità intellettuali, siano il meglio che, rispetto ad altre università, questi poli abbiano ad offrire.

L’“eroismo” femminile emergente da questa pubblicità sta nell’avvenenza, non nella professionalità.

E dunque, non si può censurare come mero moralismo la critica al manifesto pubblicitario, posto che è evidente che per promuovere l’immatricolazione ai poli universitari romagnoli ci si è serviti nella comunicazione di stereotipi sessisti ben radicati nell’immaginario collettivo.

La “modernità” non può e non deve passare attraverso un uso strumentale del corpo femminile e dell’immaginario ad esso connesso.

Il fatto che una Istituzione quale l’Università abbia scelto di promuovere un’immagine stereotipata della donna -studentessa- e dell’Università stessa, distrugge le potenzialità di autodeterminazione e di ingresso per merito nella vita sociale di tutte le nuove generazioni, che anzi vengono in tal modo pubblicamente istigate a vivere “passivamente” lo spazio pubblico, aderendo ai “ruoli” dettati da una società maschilista, di donne in carriera perfette, giovani belle e desiderabili, ma i cui talenti professionali vengono tenuti nascosti. Donne visibili, ma senza potere.

Un femminicidio simbolico, che influenza l’immaginario di ogni singola donna e uomo, incitando tutti ad uniformarsi ad un modello che considera la seduzione l’unico mezzo di accettazione sociale, per il quale vale sacrificare la propria dignità, la propria competenza, la propria autodeterminazione.

E’ inaccettabile che l’Università, luogo di sapere, si faccia portavoce di questa ideologia discriminatoria.

E’ inaccettabile che le Istituzioni locali consentano il permanere di tali manifesti affissi.

E’ inaccettabile e sintomo di un maschilismo pervasivo il fatto che la cultura del rispetto, non solo in ragione della etnia di appartenenza ma anche sulla base del genere e dell’orientamento sessuale, non sia propria di tutti i rappresentati delle Istituzioni, ma debba essere sempre invocata esclusivamente dagli organi di pari opportunità.

Tanto più che, avendo lo Stato italiano ratificato la CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna), le Amministrazioni locali hanno assunto il compito di “perseguire con ogni mezzo appropriato e senza indugio, una politica tendente ad eliminare la discriminazione nei confronti della donna”, impegnandosi a questo scopo ad “astenersi da qualsiasi atto o pratica discriminatoria nei confronti della donna ed agire in maniera da indurre autorità ed enti pubblici a conformarsi a tale obbligo” (art. 2, lettera d), CEDAW).

E tanto più considerato che il Comitato per l’applicazione della CEDAW, nella raccomandazione n. 25/2005, già segnalava la “preoccupazione sulla persistenza e pervasività dell’atteggiamento patriarcale e sul profondo radicamento di stereotipi inerenti i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia e nella società. Questi stereotipi minano alla base la condizione sociale delle donne, costituiscono un impedimento significativo alla attuazione della Convenzione, e sono all’origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica. Il Comitato è profondamente preoccupato anche dalla rappresentazione che viene data delle donne da parte dei mass media e della pubblicità, per il fatto che viene ritratta come oggetto sessuale e in ruoli stereotipati.” E raccomandava che i mass media e le agenzie pubblicitarie fissero “indotte ed incoraggiate a proiettare un’immagine delle donne come partner alla pari in tutte gli ambiti della vita e indotte ad andare verso la stessa direzione, al fine di modificare la percezione delle donne come oggetti sessuali, e come responsabili in via principale della crescita dei figli”.

Peraltro, i Comuni di Ravenna e Cesena Forlì, hanno anche aderito alla “Carta Europea per l'uguaglianza e la parità delle donne e degli uomini nella vita locale”, con cui sono impegnati a “combattere il persistere e il riprodursi delle disparità di genere per promuovere una società veramente equa”, e nello specifico a “eliminare gli stereotipi e gli ostacoli sui quali si basano le disparità di status e di condizione delle donne, e che conducono alla valutazione impari dei ruoli delle donne e degli uomini in campo politico, economico,

sociale e culturale” (punto 4), impegnandosi a (parte III, Art. 6, comma 1) “neutralizzare e a prevenire, per quanto possibile, pregiudizi, azioni, utilizzo di espressioni verbali e di immagini basate sull'idea della superiorità o dell'inferiorità dell'uno o dell'altro sesso, e/o il perpetuarsi di ruoli femminili e maschili stereotipati” ed accertandosi che “la comunicazione, sia interna all’ente che verso il pubblico, sia conforme all'impegno assunto, promovendo immagini sessuate positive o esempi ugualmente positivi” (parte III, Art. 6, comma 2).

In ragione di quanto sopra considerato, siamo a chiedere:

- l’immediata rimozione da ogni luogo pubblico dei manifesti pubblicitari sopra citati

- una immediata lettera di scuse a tutte le studentesse e studenti da parte dei responsabili della campagna pubblicitaria

- l’immediata rielezione dell’indispensabile Comitato Pari Opportunità universitario

- per le affermazioni rilasciate le immediate dimissioni da ogni incarico pubblico di Giannantonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna

Bologna – Ravenna – Cesena – Forlì – Rimini, 13 luglio 2009

Associazione Giuristi Democratici, sezioni di Bologna e di Ravenna

Collettivo Universitario Femminista “Figlie Femmine”

Rete delle donne di Bologna

Altra Città Lista Civica di Donne


2008/10/25

Appello del centro antiviolenza Le Onde di Palermo

Da Women.it: Le difficoltà del Centro antiviolenza Le Onde di Palermo nella gestione dell'accoglienza


Nel dicembre 2007 il Comune di Palermo interrompeva la decennale convenzione per i servizi di ospitalità e accoglienza a donne e minori vittime di violenza effettuati dalla nostra associazione. Da gennaio 2008 abbiamo comunque garantito i servizi di accoglienza ed ospitalità nella Casa delle Moire e nella Casa di Maia, secondo le nuove modalità concordate con l’Amministrazione Comunale - Assessorato Attività sociali, e con l’impegno dell’inserimento delle azioni nel riallineamento del Piano di Zona DSS42 L. 328/2000, all’oggi non ancora avviato.

In questi mesi abbiamo accolto 243 donne e ospitato 18 tra donne e minori.

Il comune di Palermo non ha però erogato il pagamento delle rette, così come previsto, determinando per l’Associazione Le Onde Onlus una grave sovraesposizione economica che non è più possibile sostenere.

Siamo pienamente consapevoli che con questa scelta si determina una severa riduzione dei servizi specializzati in merito al contrasto del fenomeno della violenza verso le donne ed alla garanzia di luoghi di protezione per quelle donne coi loro figli/e costrette ad allontanarsi da casa per problemi di sicurezza.

Siamo disponibili a fornire ogni informazione e ci auguriamo che vogliate dare risalto ad una notizia che segnala per la città di Palermo e per la sua provincia una seria difficoltà per la richiesta di aiuto da parte delle vittime di violenza.

Potete contattarci:
Le Onde Onlus
Via XX Settembre 57
Tel. e fax 091 327973
Mail leonde@tin.it

2008/09/09

Lettere alla regione Emilia-Romagna sulle linee guida (L194)

Ciao a tutte,
gli incontri sulla questione delle linee guida regionali per l'applicazione della L.194 hanno portato al documento che vi incollo qui sotto.
Presto raccoglieremo le firme, vi darò info sulle modalità per aderire al più presto.
Sotto la lettera incollo la lettera di Usciamo dal Silenzio di Ravenna.

**********
All' Assessore Giovanni Bissoni, Regione ER

Alla Presidente del Consiglio Regionale Monica Donini

All'Assessora Anna Maria Dapporto

All'Assessora Paola Manzini

Alla Consigliera di Parità Rosa Amorevole

Alle/ai Consigliere/i della Regione ER

Sono passati 30 anni dall'approvazione della Legge 194 e, nonostante i ripetuti attacchi, due referendum abrogativi, l'utilizzo strategico dell'obiezione di coscienza, liste d'attesa per ritardare l'intervento, le difficoltà della contraccezione, la somministrazione della pillola del giorno dopo non assicurata in ogni presidio sanitario, le preghiere ai cancelli delle cliniche ostetriche, i funerali e cimiteri dei feti, la legge continua a funzionare. Le verifiche annuali hanno dimostrato che è anche una buona legge, che ha portato ad una drastica diminuzione della clandestinità e del numero degli aborti e che le donne, comprese le migranti, che fanno richiesta di IVG, lo fanno consapevolmente e responsabilmente, per propria scelta, indipendentemente dallo stato civile e dal numero di figli, e dalle condizioni socioeconomiche e culturali. Oggi sappiamo che l'attuale attacco alla Legge 194 non si avvale e non si avvarrà di strumenti referendari, ma degli anelli deboli presenti nella legge stessa, primo fra tutti quello che riguarda la prevenzione e la tutela della maternità. Da qui l'attacco all'autodeterminazione femminile attraverso la "rilettura" e la "ridefinizione" della Legge 194.

Come donne, organizzate in reti e associazioni, siamo venute a conoscenza e abbiamo avuto modo di consultare la bozza delle "Linee d'indirizzo per i piani di zona per la salute ed il benessere sociale per una piena applicazione della 194/78" e che sarà discussa il 9 Settembre da una "cabina di regia" regionale.

Abbiamo discusso lungamente tra varie realtà regionali e deciso di scriverLe poiché crediamo di dover prendere parte a questioni che riguardano i nostri corpi e il nostro status di donne e chiediamo di essere ascoltate prima di decisioni definitive.

La bozza suddette è apprezzabile per l'impegno riguardo la contraccezione e per la volontà di mettere ordine rispetto alla giungla di protocolli operativi interni e non, consultoriali e sanitari. Le politiche demografiche di un paese sono centrali non solo per la pianificazione famigliare ma anche per definire i ruoli che donne e uomini hanno nella società.

Siamo un paese a basso tasso di natalità ed è necessario sostenere la maternità con il lavoro servizi e politiche sociali e di sostegno economico.
Purtroppo dobbiamo riconoscerne una debolezza sostanziale che lascia aperte troppe possibilità di sperimentazioni, vedi il caso del Protocollo Forlivese, una fragilità di pensiero che può portare ad un pensiero unico invece che esprimersi nella tanto auspicata pluralità. Preferiamo linee guida che evitino percorsi di creatività svariate ai tavoli dei piani di zona

Esprimiamo perplessità circa le dichiarazioni fatte dall'assessore Bissoni al Sole 24Ore riguardo all'esperienza forlivese, sulla quale, invece noi, diamo un giudizio decisamente negativo. Soltanto un pregiudizio ideologico può ipotizzare di sradicare l'aborto o di migliorarlo come prevede "il protocollo operativo per il miglioramento del percorso IVG" organizzato dalla AUSL di Forlì con l'assessorato alle politiche sociali,la consulta delle famiglie e 23 associazioni di volontariato e privato sociale, che potrebbe rappresentare una di quelle "esperienze in essere" a cui si fa riferimento nelle suddette linee d'indirizzo. Perché come il modello prevede e le linee d'indirizzo ricalcano il ruolo centrale che l'assistente sociale ha, fa sì che la donna e la sua scelta (l'IVG) diventano derubricati a "casi sociali" spostando il baricentro della legge 194 da questione sanitaria a questione sociale.

Se questo fosse, saremmo molto preoccupate!

L'aborto non è una colpa che le donne debbono espiare e/o una debolezza innata nella loro natura.

E' legata all'informazione ma ne è anche indipendente. Tutta la contraccezione non elimina, in 40 anni di fertilità, la casualità di una fecondazione indesiderata.

Non c'è società e non c'è cultura che non abbia al suo interno questa pratica.

E' legata al potere e al desiderio delle donne, ma ne è anche indipendente. Il desiderio di maternità attraversa moltissime donne ma non tutte. L'aborto è uno strumento per dire no ad una maternità indesiderata per le più diverse ragioni: non lo si vuole, la donna non se lo può permettere in termini psicologici, economici o semplicemente di pianificazione familiare.

Pertanto l'aborto e le donne che ne fanno richiesta non debbono essere considerati "casi sociali", a meno di condizioni oggettive: da qui la non centralità dell'assistente sociale.

Non colpevolizziamo le donne con inutili iter complessi prima e dopo l'IVG.

La strada scelta dalle linee d'indirizzo regionali esplicata nell'articolo 4 sulla rimozione delle cause che inducono l'IVG anche in caso di "gravidanza indesiderata", sembra essere la "dissuasione dell'aborto", e perciò una strada di mediazione che ci nega il ruolo centrale per consegnarlo ad un concetto di maternità de-personalizzata.

Noi diciamo no a qualsiasi tipo di revisione della legge 194 che metta in pericolo la salute delle donne e le riporti indietro perdendo quella libertà di scelta e diritto all'autodeterminazione che la legge garantisce. Siamo fermamente contrarie a riportare le donne a quel ruolo tradizionale della famiglia patriarcale che ha significato abusi, violenze, aborto clandestino e morte.

La legge 40 , tutta la discussione sulla Legge 194 s'inseriscono all'interno di queste biopolitiche del corpo che ri-normalizzano l'ordine patriarcale dato.

Le "esperienze in essere" come quella di Forlì nella nostra regione mirano a questo!

Consultori familiari e sussidiarietà

I consultori familiari la cui legge istitutiva 405/75 data più di 30 anni, furono un'invenzione geniale del movimento delle donne, che prefiguravano questi come luoghi deputati alla promozione della loro salute pensata come autodeterminazione ed empowerment femminile sul proprio corpo e sulla propria sessualità all'interno della quale si collocano la prevenzione e la libertà terapeutica, la libertà procreativa, l'alimentazione e gli stili di vita.

Il modello di welfare partecipativo e di integrazione sociosanitaria proposto dalle donne allora come oggi prevede: l'accoglienza di un punto di vista di genere, garantita dalla collaborazione con le associazioni di donne presenti sul territorio e le consigliere di parità e rispettivi assessorati, la presenza di un equipe multidisciplinare, la modalità relazionale e non direttiva con gli/le operatori/trici, l'attenzione alla propria soggettività, nella sua dimensione psicologica storica e sociale.

La debolezza delle linee di indirizzo che abbiamo consultato lasciano al concetto di "sussidiarietà" (titoloV della Costituzione) nella sanità una de-regolarizzazione che può portare ad un trasferimento di competenze sul privato fino a una vera e propria privatizzazione di servizi sociali che dovrebbero rimanere laici e pubblici. Chiediamo perciò che per migliorare l'applicazione della Legge e per supportare la scelta procreativa nel rispetto delle scelte della donna venga istituito una lista regionale delle associazioni o privati sociali disponibili a fornire servizi. Chiediamo perciò trasparenza sulla questione dei privati sociali, che, in una società complessa e plurale come la nostra, non possono essere riducibili e riconducibili allo schema "laici o cattolici". Altre associazioni aconfessionali e multiculturali potrebbero o vorrebbero essere coinvolte!

Chiediamo che il criterio fondamentale per rientrarvi sia la presenza, negli statuti fondativi, della difesa della L.194 e non la lotta a tale legge.

Diciamo quindi no alle associazioni che hanno, nello statuto posizioni antiabortiste e /o che utilizzano la propria competenza per dissuadere dall'aborto le persone in difficoltà e non per offrire l'aiuto partecipe.

Chiediamo che all'interno delle strutture pubbliche sia non solo garantito il servizio dell'IVG e la sua prevenzione ma di renderlo gratuito, più accessibile e fruibile attraverso un'informazione capillare sul territorio a partire dalle scuole.

Chiediamo chiarezza sui finanziamenti necessari al sostegno della maternità , e che questi vengano garantiti soprattutto per quanto riguarda i servizi pubblici(Spazio Giovani, cultura, donne straniere, -anticoncezionali gratuiti ecc).

"Nessuno scambio politico sul corpo delle donne" non è solo uno slogan ma una pratica politica di donne che impedì l'ingresso del SAV nel consultorio di Zola Predosa e che oggi è condivisa

dalla quasi totalità dei movimenti delle donne che in questi anni sono scesi in difesa della Legge194 dalla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio ( Milano 14 Gennaio 2006).

Siamo sempre disponibili a continuare il confronto e le pratiche di relazioni con le istituzioni locali, a partire da quelle deputate alle pari opportunità, sui temi che riguardano la laicità delle istituzioni, che rendono disponibili e fruibili le libertà delle donne e che riguardano le politiche del lavoro e dell'occupazione femminile e del welfare, a partire da quei luoghi di promozione della salute e di empowerment femminile che sono i consultori pubblici, da cui l'associazionismo deve rimanere rigorosamente fuori.

Su questi temi chiediamo un incontro con Lei, con la Presidenza del Consiglio Regionale, con assessore e consiglieri/e interessati in presenza delle assessore alle pari opportunità degli enti locali cui la direttiva si rivolge.

RETE DELLE DONNE DI BOLOGNA

USCIAMO DAL SILENZIO DI RAVENNA

194 DONNE DI FAENZA

LAURA PIRETTI( UDI MODENA e COMITATO NAZIONALE DONNE " quando decidiamo noi")



**************
LETTERA APERTA

All' Assessore Giovanni Bissoni, Regione ER

Alla Presidente del Consiglio Regionale Monica Donini

All'Assessora Anna Maria Dapporto

All'Assessora Paola Manzini

Alla Consigliera di Parità Rosa Amorevole

Alle/ai Consigliere/i della Regione ER

Siamo l'Assemblea di donne "Usciamo dal silenzio" di Ravenna e ci collochiamo all'interno dell'omonimo movimento nazionale nato in seguito all'attacco alla legge 194 nell'autunno 2005. Dopo avere partecipato alla manifestazione nazionale del 14 gennaio 2006 a Milano ci siamo riunite con continuità per cercare di capire se e quanto sono cambiati i Consultori familiari a trent'anni dalla loro istituzione (legge 405 del 29 luglio 1975).

Abbiamo potuto leggere la bozza delle "Linee d'indirizzo per i piani di zona per la salute ed il benessere sociale per una piena applicazione della 194/78" che sarà discussa il 9 settembre 2008 e ci opponiamo a che venga adottato come modello di riferimento regionale il protocollo operativo per il miglioramento del percorso IVG, attualmente vigente a Forlì.

Siamo contrarie al protocollo di Forlì perché non rispetta la Legge 194:

  • quando rinvia la donna, che chiede ai Consultori l'IVG, ad un colloquio gestito da un assistente sociale;
  • quando prevede un'indagine sulle motivazioni della scelta della donna;
  • quando demanda al Privato sociale il compito di informare la donna sull'accesso alle risorse disponibili;
  • quando obbliga la donna ad eseguire un'ecografia per validare l'età gestazionale;
  • quando crea una discriminazione tra le donne che si rivolgono direttamente ai Consultorio e le donne che si rivolgono al loro medico di base o ginecologo privato.

Chiediamo, dunque, che sia garantita l'applicazione della Legge 194 in tutte le sue parti e nel pieno rispetto del principio che la ispira, quello dell'autodeterminazione della donna. Deve essere sempre rispettata la libera scelta della donna, unico soggetto titolare di sovranità sulla propria sessualità e fertilità.

Chiediamo, inoltre, che nella riunione del 9 settembre 2008, la "cabina di regia" regionale non prenda decisioni definitive senza prima aver incontrato le associazioni e i movimenti delle donne.

Riteniamo, infatti, di essere portatrici di saperi ed esperienze importanti che possono contribuire fattivamente alla riflessione sulle modalità operative con cui applicare la Legge 194.

Nel corso di questi ultimi anni, l'Assemblea di donne "Usciamo dal silenzio" di Ravenna si è organizzata per verificare la gestione dei Consultori in questa provincia.

Si è mobilitata quando l'Asl della Provincia di Ravenna ha abbozzato una brochure che informava, in maniera incompleta, sui servizi per la maternità e sulle procedure per l'interruzione di gravidanza. Il percorso dell'interruzione di gravidanza, infatti, era menzionato in una riga soltanto e si taceva sulla varietà dei servizi offerti dai consultori. Sembrava piuttosto un documento che colpevolizzasse, subdolamente, le donne che decidono di ricorrere all'IVG. La brochure era quasi esclusivamente dedicata alla gravidanza di cui si parlava con un tono allarmistico e moraleggiante. Dunque ci è sembrato che questo documento non servisse alle donne che vogliono essere informate sul percorso dell'IVG e, per la banalità dei suoi contenuti, non servisse neanche alle donne in gravidanza che desiderano essere informate sui servizi che i consultori offrono. Inoltre apparivano poco chiari i criteri usati dall'Asl nella scelta delle Associazioni, presenti sul nostro territorio, invitate a partecipare alla stesura di questo documento.

Proseguendo nell'indagine sulla realtà dei Consultori familiari nella provincia di Ravenna, il dato vero è risultato essere il loro continuo peggioramento, un andamento che, ad oggi, compromette la stessa applicazione della Legge 194.

Al riguardo, il primo nodo critico è costituito dalla presenza nei Consultori di un elevato numero di obiettori di coscienza in rapporto al numero dei non obiettori.

Da agosto a dicembre 2006 a Faenza, dove ormai ci sono unicamente medici obiettori, la legge non è stata sostanzialmente applicata e le donne che avevano deciso di sottoporsi all'IVG si sono dovute rivolgere agli ospedali di Brisighella o di Castel Bolognese per la certificazione. Ora l'Asl ha trovato una soluzione per cui le donne non sono costrette a spostarsi da Faenza ma, ad ogni modo, ci pare una risposta precaria ad un problema serio che richiede una riflessione attenta. Recentemente a Ravenna altri due medici sono passati dalla non obiezione all'obiezione.

Inoltre denunciamo che sul territorio provinciale non solo non è garantita una sufficiente presenza di medici non obiettori nei Consultori, ma l'obiezione viene spesso interpretata con l'elastico per cui si incontrano con frequenza medici che obiettano anche alla contraccezione in tutti i suoi aspetti, non fornendo alle donne informazioni o fornendo informazioni errate o parziali, rifiutando di prescrivere contraccettivi, di inserire diaframmi o spirali, di somministrare la pillola del giorno dopo, quando l'unica obiezione prevista dalla legge è quella relativa all'intervento e alle procedure di IVG previste dalla 194.

Oltre a ciò, oggi, per accedere ai servizi dei Consultori le donne devono prenotare l'appuntamento al Cup, come per una qualsiasi altra prestazione medica. Riteniamo che questo cambiamento, solo in apparenza di natura amministrativa, contribuisca a impoverire enormemente il ruolo dei Consultori. Ciò che va perduto è essenzialmente la territorialità del servizio e soprattutto la preziosa funzione della Segreteria del Consultorio che aveva la competenza per indirizzare le donne, in base alle loro esigenze, al percorso più adeguato e più rapido (nel caso dell'IVG i tempi di intervento sono di prioritaria importanza). Il risultato di questo cambiamento è che ora la quasi totalità delle prestazioni dei consultori sono visite ginecologiche e quindi devono sottostare alle tempistiche e alle modalità prestabilite per tutte le altre prestazioni mediche.

Inoltre da gennaio 2007 le prestazioni dei consultori non sono più nominative.

In nome di una presunta ottimizzazione del servizio e dell'abbattimento delle liste d'attesa, le donne non possono più scegliere il medico o avere continuità di cura, con l'unica eccezione del percorso gravidanza. Questa scelta è particolarmente grave perché ancora una volta si riconosce valore esclusivamente alla maternità. Rifiutiamo l'idea che una donna sia riconosciuta come tale solo quando diventa madre.

Un altro nodo critico poi è l'elevata presenza di donne straniere utenti dei Consultori familiari che richiede, per una vera soluzione, non l'istituzione di Consultori separati, come qualcuno propone, ma la presenza stabile di mediatrici linguistico-culturali per facilitare l'accesso alle informazioni e all'utilizzo dei servizi.

Denunciamo poi la perdita del carattere di gratuità dei consultori rispetto ai primi anni della loro istituzione, ciò rappresenta un aggravio ulteriore per le donne che vi si rivolgono e limita fortemente la funzione preventiva del servizio.

I Consultori sono servizi nati con lo scopo di occuparsi della salute delle donne durante tutto il corso della loro vita, dalla contraccezione alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall'IVG alla gravidanza, fino alla menopausa.

Intendiamo continuare l'indagine e l'osservazione permanente sulla qualità delle prestazioni dei Consultori e sulla applicazione della 194.

Perciò chiediamo che ai Consultori venga restituita la ricchezza della loro funzione così come prevista dalla legge istitutiva e dai piani sanitari successivi.

In particolare chiediamo che:

- sia attivata per gli appuntamenti un'accoglienza telefonica in ogni Consultorio

- sia restituito valore al ruolo delle ostetriche

- sia ripristinata la possibilità di scelta del medico e la continuità di cura

- si intervenga sul ricorso all'obiezione di coscienza illecito e lasciato al libero arbitrio

- sia ripristinata la gratuità del servizio

- i consultori continuino ad essere luoghi di promozione della salute delle donne e non solo di quella riproduttiva;

per l'applicazione della Legge 194 chiediamo che:
- l'indagine sulle condizioni della donna che sceglie l'IVG riguardi solo la sua salute e non le motivazioni della sua scelta

- sia riservato il compito di informare la donna solo a un ginecologo, un'ostetrica o un'assistente sanitaria

- che qualsiasi convenzione con privati risponda a criteri di selezione tutelativi della libertà di scelta della donna

- che il lavoro in rete con il Privato sociale avvenga fuori dai Consultori e non dentro

Restiamo in attesa di una risposta e siamo disponibili a eventuali incontri per verifiche e confronti.

Ravenna, 8 settembre 2008

L'Assemblea Usciamo dal silenzio di Ravenna

usciamodalsilenzio@yahoo.it

2008/05/13

ATTACCATA LA CASA E L'UNIVERSITA' DELLE MADRES DE PLAZA DE MAYO



Dopo appena otto giorno dalle minacce di morte a Hebe de Bonafini e a sua figlia Alejandra, degli sconosciuti sono entrati all'alba di domenica 11 maggio e hanno distrutto vari uffici e stanze della Casa de las Madres e dell'Università Popolare delle Madres de Plaza de Mayo. Questi selvaggi hanno portato distruzione, hanno buttato all'aria gli uffici dell'Università, della Casa de las Madres, l'ufficio di Hebe de Bonafini e gli uffici amministrativi, ma non hanno portato via niente. La modalità con cui è stata eseguita l'azione devastante dimostra che si è trattato di un innegabile atto di intimidazione e minaccia contro le Madres de Plaza de Mayo.
Alcune ore dopo il fatto, Hebe de Bonafini ha espresso la sua lettura politica del deprecabile episodio, dicendo:
"Credo che sia molto chiaro. A mia figlia hanno detto: stiamo tornando e liquideremo te e tua madre. E questo è quanto sta succedendo perchè sono entrati nella Casa de las Madres, negli uffici della Stampa e nell'Università. Hanno rotto tutto, hanno aperto cassetti, hanno violato le serrature, rotto porte, hanno messo sottosopra tutto e non hanno portato via niente. Solo pochi soldi che avevo in ufficio, una borsetta dove ho il fazzoletto che indosso i giovedì in Piazza, un libretto con degli indirizzi, pochi, ma niente di più. Inoltre, dall'ufficio amministrativo non hanno prelevato gli assegni pronti per pagare i dipendenti della Radio e li hanno lasciati buttati a terra. Sono attivi. Io dico che ci offrono tutto quanto, ci offrono sicurezza, ci offrono custodia, ma il miglior modo per tutelarci è che i ministri, i sottosegretari, la polizia, indaghino e scoprano chi sono quelli che sono stati capaci di far questo, altrimenti non serve" ha concluso Hebe.

Diamo il nostro messaggio di solidarietà alle Madres de Plaza de Mayo scrivendo a madres@madres.org

Aggornamenti sulle iniziative in cui denunceremo le continue minacce e le azioni violente subite dalle Madres

sul blog kabawil.splinder.com

2008/04/01

2 Aprile a Bologna. Lettera aperta.


LETTERA APERTA AI GIORNALI IN RISPOSTA ALL’INVITO DEL SIGNOR SALIZZONI
(candidato bolognese per la lista Aborto?No grazie)


Gentile signor Salizzoni,

noi, RETE DELLE DONNE DI BOLOGNA, la ringraziamo per l’invito alla presenza in piazza Maggiore dove parlerà il nuovo leader del movimento per la vita da lei così stimato.

Considerando che il suo invito non sia una provocazione ma un fatto di gentilezza, con altrettanta gentilezza le diremo ora perché non saremo presenti.

La nostra storia di donne a Bologna è caratterizzata dal non farci dettare calendari da nessuno, dalla costruzione di pensiero e contenuti e scadenze che manifestiamo in azioni collettive senza bandiere perché noi decidiamo per noi.

La visibilità in quanto propaganda non ci interessa, la storia delle donne è fatta di realtà e concretezza giorno per giorno e la piazza, così come la pratica il suo Sponsorizzato, per noi è il nulla.

La difesa della 194 è il simbolo della libertà delle donne, quella che noi chiamiamo AUTODETERMINAZIONE, cioè il diritto di scegliere la maternità come atto di desiderio, e come atto d’amore desiderare figli sereni e sani.

Al proposito ci vengono in mente le famose antenne di Cesano. Ricorda le antenne vaticane, quelle che nel 2005 ebbero due condanne per eccesso esagerato di elettrosmog che creava gravi problemi: leucemia ai bambini e malformazioni ai feti? Il suo sponsorizzato ha forse speso, non dico una piazza, almeno una parola per quelle madri disperate che avevano scelto "la vita", la vita sana dei loro figli nati? Forse chè il leader del movimento per la vita allora era soltanto devoto senza ateo?

E i bambini veri, “gli effetti collaterali” delle guerre che lui esalta (terrore, mutilazione , perdita degli affetti, dei sostentamenti, del piacere del vivere ,morte) valgono meno di due cellule?

E che dire della sua omofobia che già alle scuole medie (sono ancora creature) scatena il bullismo e fa spaccare le gambe ad un bambino perché il ballo è cosa da femmine ?

Lei, signor Salizzoni, non ci trova una certa incoerenza (o mala fede) in tutto ciò?

Come il suo amico in questi due mesi ci ha trasformate da assassine a vittime (in entrambi i casi aggettivi- pensiero insultanti), manifesta, forse inconsciamente o no, il suo concetto integralista di donna come strumento di riproduzione costretta ad abortire. Nessuno ci costringe, il nostro corpo pensante è quello che determina le nostre scelte e quando diciamo "nostre" significa che nessuno può decidere per noi.

Lo Sponsorizzato ha cambiato tante volte idea e ideali nella sua vita da farci pensare che il suo problema, più che di comunicazione di qualche cosa, sia di spazio dove collocare il suo corpo e noi, non avendo tempo da perdere, gentilmente glielo lasciamo.

LA RETE DELLE DONNE DI BOLOGNA


*** *** ***

Il due aprile la rete per l'autodeterminazione Pro-Fight sarà in Piazza Maggiore dalle 18.00, qui il comunicato


2008/03/03

La Rete delle donne denuncia le intimidazioni della polizia nei confronti delle donne di Bologna

Update:

Come Rete di donne esprimiamo lo sdegno per gli accadimenti del 1° marzo.
Non è concepibile il comportamento tenuto dalle forze dell'ordine contro donne e lesbiche che esprimevano legittimamente e pacificamente i loro diritti e le loro idee.
Non è ammissibile la sensazione di mancanza di sicurezza che è stata trasmessa proprio da chi è demandato istituzionalmente a garantirla. Non è sopportabile la mancanza di rispetto per le libertà e per i diritti delle donne in una democrazia che vuole definirsi tale. Non siamo disposte ad accettare abusi e intimidazioni e non tolleriamo l'atteggiamento arrogante, non lasciamo passare in silenzio nessuna prevaricazione.
Quello che è successo sabato scorso è un fatto gravissimo ed è ancora più grave che ad essere denunciate siano state le donne che manifestavano la loro solidarietà verso donne che denunciano le violenze, e con i metodi autoritari tenuti.
Questi avvenimenti sono le prime prove generali di controllo e repressione contro donne che in prima persona si spendono per tutte, politicamente impegnate?
Come queste donne fermate sabato, donne di un collettivo "QQQQQuelle che non ci stanno" che proprio a partire dal processo per cui avevano fatto il volantino, lottano contro la violenza maschile sulle donne. Noi non ci stiamo e non staremo a guardare e non rinunceremo alla lotta per sovvertire il sistema patriarcale dominante.



--> Ricordiamo a tutte il PRESIDIO che si terrà a
BOLOGNA il 4 MARZO 2008 in Piazza Trento Trieste alle 9:30 SOTTO IL TRIBUNALE PER IL PROCESSO A LUIGI MARAIA, aggressore di Mara.


Di seguito i fatti accaduti l'1/03/2008 a Bologna riportati dal comunicato stampa del coordinamento "Quelle che non ci stanno":

Alle ore 17 del 1 marzo ’08, in via delle Belle Arti tre compagne del coordinamento Quelle che non ci stanno, che denuncia da anni la violenza maschile sulle donne, promuovevano un presidio per il 4 marzo, sotto il tribunale, in solidarietà ad una donna che denunciò nel settembre del 2006 colui che aveva cercato di stuprarla, tre uomini in borghese senza qualificarsi come forze dell’ordine le avvicinavano chiedendo loro di mostrare i documenti d’identità . (Continua)

Leggi tutto il comunicato di Quelle che non ci stanno

Leggi il comunicato dell'UDI Nazionale del 2/03/2008

Leggi il comunicato di Controviolenzadonne.org

Leggi il comunicato del Collettivo Amazora


2008/02/24

Petizione per commercializzare la RU486

Ru486 la pillola per l'aborto non chirurgico

Gentile ministro

grazie alla legge del 1978, le donne hanno potuto accedere ai servizi del sistema sanitario nazionale anche per abortire, superando la clandestinita' a cui fino ad allora erano costrette. La legge, quindi, ha rappresentato una innovazione civica e sanitaria.

Il metodo chirurgico piu' diffuso per la pratica abortiva e' quello dell'aspirazione (noto come Karman, dal medico che lo ha inventato). Ma in questi anni si e' anche diffusa una pratica non chirurgica, farmacologica, basata sul principio attivo della pillola RU486. Milioni di donne ne hanno fatto uso nei Paesi dell'Ue. In Francia e' autorizzata dal 1988, in Gran Bretagna dal 1990 e in Svezia dal 1991. In quasi tutti i Paesi il suo uso e' legale.

I vantaggi dell'aborto farmacologico sono riscontrati in termini sanitari, psicologici ed economici.

Nel primo e nel secondo caso, la semplicita' di un intervento non chirurgico, evita il trauma della sala operatoria.

Nel secondo caso, e' noto che oggi il costo pagato dalla Regione all'ospedale e' mediamente di euro 8-900,00, comprendente degenza e intervento. Invece con la RU486 l'intervento chirurgico sarebbe sostituito dall'assistenza medica, e la degenza sarebbe minima: ne deriverebbe un risparmio economico per il SSN.

Per queste ragioni, signor ministro

LE CHIEDIAMO

di aprire alla commercializzazione della RU486 anche il nostro Paese, invitando le aziende che gia' operano in Europa a presentare le necessarie richieste di autorizzazione

FIRMA LA PETIZIONE!

2008/02/20

Obiettiamo gli Obiettori: la Rete delle donne di Bologna aderisce

Di fronte agli attacchi sempre più pesanti all'autodeterminazione delle donne non si può più rispondere semplicemente invocando la difesa della 194.

Le scellerate dichiarazioni degli antiabortisti in queste ultime settimane rendono ancor più evidente il potere sulla sfera della riproduzione (e, più in generale, su quella della salute) che la classe medica può esercitare, coadiuvata anche dall'articolo 9 della legge 194 che prevede per il personale sanitario la possibilità dell'obiezione di coscienza ­ possibilità contemplata unicamente rispetto all'interruzione di gravidanza: in nessun altro ambito medico né in altra professione vale questa opzione.

Per riaffermare con efficacia il nostro diritto di autodeterminazione dovremmo, quindi, ripartire proprio dal nodo dell'obiezione di coscienza, da questa "opzione", riconosciuta per legge, secondo cui alle scelte e ai problemi di sofferenza delle donne (perché abortire è una scelta sofferta) il personale medico-sanitario può anteporre i suoi "problemi di coscienza", la sua visione della vita ­ in poche parole, in nome della propria "coscienza" può opprimere il soggetto a cui deve assistenza.

Gli effetti di ciò sono sotto gli occhi di tutte: oggi abortire è diventato quasi impossibile e le donne stanno ritornando a pratiche clandestine per l'interruzione di gravidanza; l'arroganza degli obiettori è immensa, e nei reparti il personale che non vuole adeguarsi ai diktat dei primari obiettori ha vita dura; perfino l'accesso alle scuole di specializzazione in ostetricia e ginecologia è sempre più vincolato all'"atto di fede" dell'obiezione di coscienza. Chi si adegua ha una strada privilegiata per far carriera; chi invece non obietta è costretta/o a impiegare la maggior parte del proprio tempo a praticare aborti per sopperire alla scarsità di personale non obiettore. Per non parlare, poi, della cospicua fetta di finanziamenti pubblici destinata agli ospedali cattolici in cui non è riconosciuta la possibilità dell'interruzione di gravidanza.

Se una cattiva legge permette, attraverso l'obiezione, di calpestare i diritti individuali, anche le/i cittadine/i hanno diritto di sapere chi sono coloro che le/i curano e di scegliere da chi farsi curare: che fiducia si può avere in quel/la ginecologo/a che costringe a inutili sofferenze in nome delle proprie convinzioni morali, pensando di aver dei diritti sul corpo dell'altra?

Crediamo sia arrivato il momento non solo di rivendicare dei diritti ma anche di praticarli.

"Obiettiamo gli obiettori" significa che esercitiamo il diritto di scegliere da chi farci curare, pretendendo un rapporto di fiducia, trasparenza e assunzione di responsabilità con la persona a cui affidiamo la nostra salute. Significa, quindi, pretendere dalle Asl, dai Consultori e dagli Ospedali l'elenco del personale medico-sanitario che pratica l'obiezione di coscienza. Alle donne che intendono difendere e affermare il diritto all'autodeterminazione proponiamo di:

  1. costituirci come soggetti politici che esigono la pubblicizzazione e l'affissione pubblica negli ospedali e nei consultori delle liste del personale sanitario che fa obiezione;
  2. cominciare a raccogliere città per città, ospedale per ospedale, consultorio per consultorio tutte le informazioni che già si hanno, facendo una prima lista dei nominativi che si posseggono
  3. promuovere il boicottaggio in toto di tutti i reparti e di tutte le prestazioni (analisi del sangue, visite, ecc) degli ospedali in cui ci sono più obiettori;
  4. creare un sito dedicato a questo dove raccogliere informazioni.

Sappiamo bene che in nome di "sacri principi" vengono compiuti i più grandi crimini della storia, la violazione dei più elementari diritti umani. Hannah Arendt ci ha insegnato che "Il male appare banale e proprio per questo ancora più terribile: perché i suoi più o meno consapevoli servitori, altro non sono che dei piccoli, grigi burocrati, simili in tutto e per tutto al nostro vicino di casa".

Difendere la nostra autodeterminazione dai "burocrati del male" significa diventare protagoniste nell'esercizio e la difesa dei nostri diritti. Smantellare il sistema che si è creato intorno all'obiezione di coscienza, significa smantellare un sistema che alimenta e legittima gran parte degli attacchi contro l'autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite. Sta a noi donne determinare un grande risveglio prendendo coscienza della vastità dell'abuso subito e impedire che si ripeta, rimpadronendoci di un sapere e di pratiche che ci mettano in grado di opporci agli abusi e di chiederne conto.

Collettivo femminista Maistat@zitt@

Per info sulla campagna a Bologna retedonnebologna@women.it


Update: Come denunciare chi non ti prescrive la pillola del giorno dopo

http://osservarosa.blogspot.com/


2008/02/15

APPELLO: L'ultima parola è la nostra.

APPELLO: L'ultima parola è la nostra.

Dall'evidenza scientifica all'etica della responsabilità

Contrastiamo l'abitudine a pensare che sui temi essenziali che riguardano la nostra vita, le nostre esperienze che si fanno corpo e anima, noi donne e uomini comuni fatichiamo a prendere una decisione consapevole.

Osserviamo che in una società di esperti hanno autorevolezza lo scienziato, il filosofo, il teologo, il giurista e recentemente il bioeticista, tutti “rigorosamente” di sesso maschile, mentre noi donne non abbiamo parola pubblica. Ma oggettività scientifica e soggettività non sono mondi separati e le tecnologie che riguardano la vita e la morte sono oggi tali da modificare la percezione, il senso e quindi la lettura che noi diamo di esse. Dal concepimento al morire, le opportunità (e i rischi!) offerti dalle biotecnologie mediche ci obbligano singolarmente e collettivamente a operare scelte e mettere in atto decisioni spesso difficili. Ad esse la scienza contribuisce in termini di conoscenza e ampliamento delle possibilità. Ma l'ultima parola spetta alla donna all’uomo che di quelle scelte vivranno le conseguenze.

Noi contrastiamo la violenza di un'etica dei principi indiscutibili e astratti con l'etica della responsabilità e denunciamo che il vuoto lasciato dall'assenza di una cultura laica delle istituzioni è riempito dalla Chiesa e dai codici deontologici delle associazioni e/o corporazioni degli esperti, scientifici e non, che dettano la propria legge.

Le questioni eticamente sensibili diventano così strumenti che mirano a fare dei corpi di uomini e donne le nuove "res publicae", su cui e attraverso cui arrivare alle "nuove sintesi" politiche che spesso avvelenano la civile convivenza e il quadro democratico

Questo sta accadendo:ieri sulla legge 40, oggi sulla 194, la moratoria, la lista di Ferrara e l'incursione all'ospedale di Napoli!

Riproponiamo l'autonomia e la libertà di una donna di scegliere per se stessa anche quando è “uno e due contemporaneamente”, cioè quando è gravida, affermando che è portatrice di una responsabilità che ne fa un soggetto morale capace di compiere la scelta di essere o non essere madre e di interrogarsi sul senso e la qualità di quella vita che ha deciso di mettere al mondo.

La Chiesa Cattolica ha riconosciuto un'anima alle donne nel 1431! Quanti secoli ancora per essere riconosciute soggetti morali?

Denunciamo la voluta confusione che ha animato il recente dibattito sull’obbligo di rianimazione dei feti vitali anche in presenza di una decisione contraria della madre. Si sono confuse questioni diverse: aborto terapeutico e nascita prematura.

Aborto terapeutico e nascita prematura stanno su piani diversi, hanno ricadute ed effetti differenti, le cui responsabilità non sono del tutto chiare dal punto di vista della legge.

Nel primo caso il riferimento è la legge 194 dove in nome del diritto alla salute della madre, ed in presenza di una grave malformazione del feto, la legge consente alla donna di porre fine a quella vita.

Nel secondo caso siamo in presenza di un trattamento terapeutico su un “minore” già nato che non è in grado di esercitare quel "consenso informato" di cui il medico ha bisogno per agire sul corpo del paziente e che è l'espressione della autonomia di scelta di ogni cittadino/a sancita dalla Costituzione.

Tale questione non riguarda la 194 ma il diritto di limitare i trattamenti di rianimazione e di sostegno vitale

Un feto di 4- 5 mesi, può esercitare questo diritto? La risposta è evidente: no! Allora chi lo fa per esso? Chi è il soggetto morale che lo può fare? Una legge astratta dello Stato in nome di un'etica dei principi, un codice deontologico medico che si fa legge o la donna che l'ha nel suo corpo (quel feto è parte di essa) e la cui etica della responsabilità le consente di coniugare i fatti, che inaspettatamente le vengono presentati, con i valori che fino a quel momento l'hanno conformata?

Noi rispondiamo che quella donna che ha dolorosamente scelto di interrompere a 5-6 mesi dall’inizio, una gravidanza desiderata è l'unica autorizzata a parlare e a prendere la decisione.

proponenti

Elena Del Grosso genetista, docente di bioetica Università di Bologna Rete delle donne di Bologna

Maddalena Gasparini medico, gruppo Bioetica Società Italiana Neurologia Milano

Eleonora Cirant Ass Osa-Donna Osservatorio Donne Salute

Lea Melandri Libera Università delle Donne Milano

Guarda tutte le ADESIONI

Firma l'appello!
Scrivi a Elena del Grosso


2008/01/30

Per le nostre libertà

Il 13/01/2008 sulle pagine di Repubblica, Katia e Vania Zanotti hanno lanciato un appello (potete leggerne il testo più sotto) alle donne e alle donne del centro-sinistra. Questo invito alla riflessione comune sui temi della laicità e dell'autodeterminazione come valori imprescindibili per la vita delle donne è sfociato in un appuntamento accolto e promosso da tante donne della Rete.

PER LE NOSTRE LIBERTA’

Katia
Zanotti - Gabriella Maini
Vania Zanotti - Pamela Meier
Paola Bottoni - Milena Naldi
Giovanna Caccialupi - Maria Grazia Negrini
Elena Del Grosso - Irene Pedacchia
Gabriella Ercolini - Teresa Rossano
Teresa Ganzerla - Ivana Sandoni
Clede Garavini - Sandra Schiassi
Rita Ghedini - Milena Schiavina
Patrizia Gubellini - Giuseppina Tedde
Maida Guerzoni - Amedea Zanarini


Invitano ad un incontro le donne che sono interessate a ragionare insieme sui contenuti e le forme di una forte presa di parola contro gli attacchi al nostro corpo ed alle nostre libertà.

Venerdì 1 febbraio 2008 alle ore 17.00

presso la Sala del Consiglio della Provincia di Bologna

Via Zamboni, 13


Ecco il testo dell'appello:

UNA PROPOSTA ALLE DONNE E ALLE DONNE DEL PD

A Bologna le donne hanno bisogno di far sentire la loro voce, soprattutto le donne dei partiti, perché quelle impegnate nella Rete e nelle Associazioni stanno facendo un lavoro importante, ma faticoso perchè spesso osservato con noncuranza.
Bologna, sembra soffocare in un pensiero unico greve, che a tante e tanti crea disagio, che non dà aria ad un confronto vero, che lascia più l’amaro in bocca dell’impoverimento piuttosto che della liberazione di energie.
E a Bologna, fra tanti silenzi, le donne della politica, ma soprattutto le donne del PD, a noi pare siano le più silenziose, le più ritirate, le più scomparse dalla scena pubblica, una scena illuminata dagli attacchi di coloro che, prevalentemente uomini, anche a Bologna, non intendono accettare l’idea che sui diritti delle donne si definisce la qualità della democrazia di una comunità.
Gli attacchi vergognosi di questi mesi e le provocazioni scandalose di questi giorni contro la legge 194 cos’altro si portano dentro se non il rifiuto del riconoscimento delle donne come persone moralmente responsabili?
Con tante compagne dei Ds, oggi nel Pd, abbiamo combattuto battaglie per i diritti e le libertà di tutte e tutti. Abbiamo fra di noi praticato percorsi di autonomia femminile, relazioni di libertà e responsabilità.
Ci rivolgiamo a loro perché sentiamo l’urgenza dei tempi che stiamo vivendo che avrebbero bisogno di parole molto forti di donne, anche a Bologna.
Ma non è così, purtroppo.
Allora perché non trovarci ancora insieme, tutte noi donne del centro sinistra, delle associazioni, della società civile, delle istituzioni, donne che non si riconoscono in alcuna organizzazione, donne credenti e non credenti, ognuna nel rispetto delle idee e dei percorsi dell’altra.
Perché non uscire dai recinti di appartenenza per darci uno spazio pubblico di incontro dal quale, insieme, condurre ancora oggi la dura battaglia per l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, consapevoli come siamo che nell’operare contro le donne si restingono gli spazi per tutta la società.
Per respingere insieme il pensiero di Monsignor Caffarra e di tanta parte della Chiesa secondo il quale la sacralità della famiglia fondata sul matrimonio si difende negando
riconoscimento pubblico e diritti a quelle persone etero e omosessuali che fanno famiglia in altro modo.
Per difendere con intransigenza la laicità dello Stato, perché La laicità è l’unico principio che consente la convivenza delle differenze.
Ci servirebbe di riaprire un dialogo per poter decidere insieme le forme e i tempi per farci sentire tutte insieme.
La proposta che rivolgiamo alle donne del PD e a tutte le altre riguarda la costruzione di uno spazio pubblico di relazione, di riconoscimento reciproco, di visioni condivise, di definizione, pur nelle nostre differenze, di percorsi di lavoro comuni.
A Bologna se ne sente davvero un gran bisogno.

Katia Zanotti
Vania Zanotti

-------------------------------------


La Rete delle donne di Bologna rilancia con un'ulteriore occasione di confronto sui temi della salute delle donne e invita tutte le donne all'iniziativa: