2008/09/09

Lettere alla regione Emilia-Romagna sulle linee guida (L194)

Ciao a tutte,
gli incontri sulla questione delle linee guida regionali per l'applicazione della L.194 hanno portato al documento che vi incollo qui sotto.
Presto raccoglieremo le firme, vi darò info sulle modalità per aderire al più presto.
Sotto la lettera incollo la lettera di Usciamo dal Silenzio di Ravenna.

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All' Assessore Giovanni Bissoni, Regione ER

Alla Presidente del Consiglio Regionale Monica Donini

All'Assessora Anna Maria Dapporto

All'Assessora Paola Manzini

Alla Consigliera di Parità Rosa Amorevole

Alle/ai Consigliere/i della Regione ER

Sono passati 30 anni dall'approvazione della Legge 194 e, nonostante i ripetuti attacchi, due referendum abrogativi, l'utilizzo strategico dell'obiezione di coscienza, liste d'attesa per ritardare l'intervento, le difficoltà della contraccezione, la somministrazione della pillola del giorno dopo non assicurata in ogni presidio sanitario, le preghiere ai cancelli delle cliniche ostetriche, i funerali e cimiteri dei feti, la legge continua a funzionare. Le verifiche annuali hanno dimostrato che è anche una buona legge, che ha portato ad una drastica diminuzione della clandestinità e del numero degli aborti e che le donne, comprese le migranti, che fanno richiesta di IVG, lo fanno consapevolmente e responsabilmente, per propria scelta, indipendentemente dallo stato civile e dal numero di figli, e dalle condizioni socioeconomiche e culturali. Oggi sappiamo che l'attuale attacco alla Legge 194 non si avvale e non si avvarrà di strumenti referendari, ma degli anelli deboli presenti nella legge stessa, primo fra tutti quello che riguarda la prevenzione e la tutela della maternità. Da qui l'attacco all'autodeterminazione femminile attraverso la "rilettura" e la "ridefinizione" della Legge 194.

Come donne, organizzate in reti e associazioni, siamo venute a conoscenza e abbiamo avuto modo di consultare la bozza delle "Linee d'indirizzo per i piani di zona per la salute ed il benessere sociale per una piena applicazione della 194/78" e che sarà discussa il 9 Settembre da una "cabina di regia" regionale.

Abbiamo discusso lungamente tra varie realtà regionali e deciso di scriverLe poiché crediamo di dover prendere parte a questioni che riguardano i nostri corpi e il nostro status di donne e chiediamo di essere ascoltate prima di decisioni definitive.

La bozza suddette è apprezzabile per l'impegno riguardo la contraccezione e per la volontà di mettere ordine rispetto alla giungla di protocolli operativi interni e non, consultoriali e sanitari. Le politiche demografiche di un paese sono centrali non solo per la pianificazione famigliare ma anche per definire i ruoli che donne e uomini hanno nella società.

Siamo un paese a basso tasso di natalità ed è necessario sostenere la maternità con il lavoro servizi e politiche sociali e di sostegno economico.
Purtroppo dobbiamo riconoscerne una debolezza sostanziale che lascia aperte troppe possibilità di sperimentazioni, vedi il caso del Protocollo Forlivese, una fragilità di pensiero che può portare ad un pensiero unico invece che esprimersi nella tanto auspicata pluralità. Preferiamo linee guida che evitino percorsi di creatività svariate ai tavoli dei piani di zona

Esprimiamo perplessità circa le dichiarazioni fatte dall'assessore Bissoni al Sole 24Ore riguardo all'esperienza forlivese, sulla quale, invece noi, diamo un giudizio decisamente negativo. Soltanto un pregiudizio ideologico può ipotizzare di sradicare l'aborto o di migliorarlo come prevede "il protocollo operativo per il miglioramento del percorso IVG" organizzato dalla AUSL di Forlì con l'assessorato alle politiche sociali,la consulta delle famiglie e 23 associazioni di volontariato e privato sociale, che potrebbe rappresentare una di quelle "esperienze in essere" a cui si fa riferimento nelle suddette linee d'indirizzo. Perché come il modello prevede e le linee d'indirizzo ricalcano il ruolo centrale che l'assistente sociale ha, fa sì che la donna e la sua scelta (l'IVG) diventano derubricati a "casi sociali" spostando il baricentro della legge 194 da questione sanitaria a questione sociale.

Se questo fosse, saremmo molto preoccupate!

L'aborto non è una colpa che le donne debbono espiare e/o una debolezza innata nella loro natura.

E' legata all'informazione ma ne è anche indipendente. Tutta la contraccezione non elimina, in 40 anni di fertilità, la casualità di una fecondazione indesiderata.

Non c'è società e non c'è cultura che non abbia al suo interno questa pratica.

E' legata al potere e al desiderio delle donne, ma ne è anche indipendente. Il desiderio di maternità attraversa moltissime donne ma non tutte. L'aborto è uno strumento per dire no ad una maternità indesiderata per le più diverse ragioni: non lo si vuole, la donna non se lo può permettere in termini psicologici, economici o semplicemente di pianificazione familiare.

Pertanto l'aborto e le donne che ne fanno richiesta non debbono essere considerati "casi sociali", a meno di condizioni oggettive: da qui la non centralità dell'assistente sociale.

Non colpevolizziamo le donne con inutili iter complessi prima e dopo l'IVG.

La strada scelta dalle linee d'indirizzo regionali esplicata nell'articolo 4 sulla rimozione delle cause che inducono l'IVG anche in caso di "gravidanza indesiderata", sembra essere la "dissuasione dell'aborto", e perciò una strada di mediazione che ci nega il ruolo centrale per consegnarlo ad un concetto di maternità de-personalizzata.

Noi diciamo no a qualsiasi tipo di revisione della legge 194 che metta in pericolo la salute delle donne e le riporti indietro perdendo quella libertà di scelta e diritto all'autodeterminazione che la legge garantisce. Siamo fermamente contrarie a riportare le donne a quel ruolo tradizionale della famiglia patriarcale che ha significato abusi, violenze, aborto clandestino e morte.

La legge 40 , tutta la discussione sulla Legge 194 s'inseriscono all'interno di queste biopolitiche del corpo che ri-normalizzano l'ordine patriarcale dato.

Le "esperienze in essere" come quella di Forlì nella nostra regione mirano a questo!

Consultori familiari e sussidiarietà

I consultori familiari la cui legge istitutiva 405/75 data più di 30 anni, furono un'invenzione geniale del movimento delle donne, che prefiguravano questi come luoghi deputati alla promozione della loro salute pensata come autodeterminazione ed empowerment femminile sul proprio corpo e sulla propria sessualità all'interno della quale si collocano la prevenzione e la libertà terapeutica, la libertà procreativa, l'alimentazione e gli stili di vita.

Il modello di welfare partecipativo e di integrazione sociosanitaria proposto dalle donne allora come oggi prevede: l'accoglienza di un punto di vista di genere, garantita dalla collaborazione con le associazioni di donne presenti sul territorio e le consigliere di parità e rispettivi assessorati, la presenza di un equipe multidisciplinare, la modalità relazionale e non direttiva con gli/le operatori/trici, l'attenzione alla propria soggettività, nella sua dimensione psicologica storica e sociale.

La debolezza delle linee di indirizzo che abbiamo consultato lasciano al concetto di "sussidiarietà" (titoloV della Costituzione) nella sanità una de-regolarizzazione che può portare ad un trasferimento di competenze sul privato fino a una vera e propria privatizzazione di servizi sociali che dovrebbero rimanere laici e pubblici. Chiediamo perciò che per migliorare l'applicazione della Legge e per supportare la scelta procreativa nel rispetto delle scelte della donna venga istituito una lista regionale delle associazioni o privati sociali disponibili a fornire servizi. Chiediamo perciò trasparenza sulla questione dei privati sociali, che, in una società complessa e plurale come la nostra, non possono essere riducibili e riconducibili allo schema "laici o cattolici". Altre associazioni aconfessionali e multiculturali potrebbero o vorrebbero essere coinvolte!

Chiediamo che il criterio fondamentale per rientrarvi sia la presenza, negli statuti fondativi, della difesa della L.194 e non la lotta a tale legge.

Diciamo quindi no alle associazioni che hanno, nello statuto posizioni antiabortiste e /o che utilizzano la propria competenza per dissuadere dall'aborto le persone in difficoltà e non per offrire l'aiuto partecipe.

Chiediamo che all'interno delle strutture pubbliche sia non solo garantito il servizio dell'IVG e la sua prevenzione ma di renderlo gratuito, più accessibile e fruibile attraverso un'informazione capillare sul territorio a partire dalle scuole.

Chiediamo chiarezza sui finanziamenti necessari al sostegno della maternità , e che questi vengano garantiti soprattutto per quanto riguarda i servizi pubblici(Spazio Giovani, cultura, donne straniere, -anticoncezionali gratuiti ecc).

"Nessuno scambio politico sul corpo delle donne" non è solo uno slogan ma una pratica politica di donne che impedì l'ingresso del SAV nel consultorio di Zola Predosa e che oggi è condivisa

dalla quasi totalità dei movimenti delle donne che in questi anni sono scesi in difesa della Legge194 dalla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio ( Milano 14 Gennaio 2006).

Siamo sempre disponibili a continuare il confronto e le pratiche di relazioni con le istituzioni locali, a partire da quelle deputate alle pari opportunità, sui temi che riguardano la laicità delle istituzioni, che rendono disponibili e fruibili le libertà delle donne e che riguardano le politiche del lavoro e dell'occupazione femminile e del welfare, a partire da quei luoghi di promozione della salute e di empowerment femminile che sono i consultori pubblici, da cui l'associazionismo deve rimanere rigorosamente fuori.

Su questi temi chiediamo un incontro con Lei, con la Presidenza del Consiglio Regionale, con assessore e consiglieri/e interessati in presenza delle assessore alle pari opportunità degli enti locali cui la direttiva si rivolge.

RETE DELLE DONNE DI BOLOGNA

USCIAMO DAL SILENZIO DI RAVENNA

194 DONNE DI FAENZA

LAURA PIRETTI( UDI MODENA e COMITATO NAZIONALE DONNE " quando decidiamo noi")



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LETTERA APERTA

All' Assessore Giovanni Bissoni, Regione ER

Alla Presidente del Consiglio Regionale Monica Donini

All'Assessora Anna Maria Dapporto

All'Assessora Paola Manzini

Alla Consigliera di Parità Rosa Amorevole

Alle/ai Consigliere/i della Regione ER

Siamo l'Assemblea di donne "Usciamo dal silenzio" di Ravenna e ci collochiamo all'interno dell'omonimo movimento nazionale nato in seguito all'attacco alla legge 194 nell'autunno 2005. Dopo avere partecipato alla manifestazione nazionale del 14 gennaio 2006 a Milano ci siamo riunite con continuità per cercare di capire se e quanto sono cambiati i Consultori familiari a trent'anni dalla loro istituzione (legge 405 del 29 luglio 1975).

Abbiamo potuto leggere la bozza delle "Linee d'indirizzo per i piani di zona per la salute ed il benessere sociale per una piena applicazione della 194/78" che sarà discussa il 9 settembre 2008 e ci opponiamo a che venga adottato come modello di riferimento regionale il protocollo operativo per il miglioramento del percorso IVG, attualmente vigente a Forlì.

Siamo contrarie al protocollo di Forlì perché non rispetta la Legge 194:

  • quando rinvia la donna, che chiede ai Consultori l'IVG, ad un colloquio gestito da un assistente sociale;
  • quando prevede un'indagine sulle motivazioni della scelta della donna;
  • quando demanda al Privato sociale il compito di informare la donna sull'accesso alle risorse disponibili;
  • quando obbliga la donna ad eseguire un'ecografia per validare l'età gestazionale;
  • quando crea una discriminazione tra le donne che si rivolgono direttamente ai Consultorio e le donne che si rivolgono al loro medico di base o ginecologo privato.

Chiediamo, dunque, che sia garantita l'applicazione della Legge 194 in tutte le sue parti e nel pieno rispetto del principio che la ispira, quello dell'autodeterminazione della donna. Deve essere sempre rispettata la libera scelta della donna, unico soggetto titolare di sovranità sulla propria sessualità e fertilità.

Chiediamo, inoltre, che nella riunione del 9 settembre 2008, la "cabina di regia" regionale non prenda decisioni definitive senza prima aver incontrato le associazioni e i movimenti delle donne.

Riteniamo, infatti, di essere portatrici di saperi ed esperienze importanti che possono contribuire fattivamente alla riflessione sulle modalità operative con cui applicare la Legge 194.

Nel corso di questi ultimi anni, l'Assemblea di donne "Usciamo dal silenzio" di Ravenna si è organizzata per verificare la gestione dei Consultori in questa provincia.

Si è mobilitata quando l'Asl della Provincia di Ravenna ha abbozzato una brochure che informava, in maniera incompleta, sui servizi per la maternità e sulle procedure per l'interruzione di gravidanza. Il percorso dell'interruzione di gravidanza, infatti, era menzionato in una riga soltanto e si taceva sulla varietà dei servizi offerti dai consultori. Sembrava piuttosto un documento che colpevolizzasse, subdolamente, le donne che decidono di ricorrere all'IVG. La brochure era quasi esclusivamente dedicata alla gravidanza di cui si parlava con un tono allarmistico e moraleggiante. Dunque ci è sembrato che questo documento non servisse alle donne che vogliono essere informate sul percorso dell'IVG e, per la banalità dei suoi contenuti, non servisse neanche alle donne in gravidanza che desiderano essere informate sui servizi che i consultori offrono. Inoltre apparivano poco chiari i criteri usati dall'Asl nella scelta delle Associazioni, presenti sul nostro territorio, invitate a partecipare alla stesura di questo documento.

Proseguendo nell'indagine sulla realtà dei Consultori familiari nella provincia di Ravenna, il dato vero è risultato essere il loro continuo peggioramento, un andamento che, ad oggi, compromette la stessa applicazione della Legge 194.

Al riguardo, il primo nodo critico è costituito dalla presenza nei Consultori di un elevato numero di obiettori di coscienza in rapporto al numero dei non obiettori.

Da agosto a dicembre 2006 a Faenza, dove ormai ci sono unicamente medici obiettori, la legge non è stata sostanzialmente applicata e le donne che avevano deciso di sottoporsi all'IVG si sono dovute rivolgere agli ospedali di Brisighella o di Castel Bolognese per la certificazione. Ora l'Asl ha trovato una soluzione per cui le donne non sono costrette a spostarsi da Faenza ma, ad ogni modo, ci pare una risposta precaria ad un problema serio che richiede una riflessione attenta. Recentemente a Ravenna altri due medici sono passati dalla non obiezione all'obiezione.

Inoltre denunciamo che sul territorio provinciale non solo non è garantita una sufficiente presenza di medici non obiettori nei Consultori, ma l'obiezione viene spesso interpretata con l'elastico per cui si incontrano con frequenza medici che obiettano anche alla contraccezione in tutti i suoi aspetti, non fornendo alle donne informazioni o fornendo informazioni errate o parziali, rifiutando di prescrivere contraccettivi, di inserire diaframmi o spirali, di somministrare la pillola del giorno dopo, quando l'unica obiezione prevista dalla legge è quella relativa all'intervento e alle procedure di IVG previste dalla 194.

Oltre a ciò, oggi, per accedere ai servizi dei Consultori le donne devono prenotare l'appuntamento al Cup, come per una qualsiasi altra prestazione medica. Riteniamo che questo cambiamento, solo in apparenza di natura amministrativa, contribuisca a impoverire enormemente il ruolo dei Consultori. Ciò che va perduto è essenzialmente la territorialità del servizio e soprattutto la preziosa funzione della Segreteria del Consultorio che aveva la competenza per indirizzare le donne, in base alle loro esigenze, al percorso più adeguato e più rapido (nel caso dell'IVG i tempi di intervento sono di prioritaria importanza). Il risultato di questo cambiamento è che ora la quasi totalità delle prestazioni dei consultori sono visite ginecologiche e quindi devono sottostare alle tempistiche e alle modalità prestabilite per tutte le altre prestazioni mediche.

Inoltre da gennaio 2007 le prestazioni dei consultori non sono più nominative.

In nome di una presunta ottimizzazione del servizio e dell'abbattimento delle liste d'attesa, le donne non possono più scegliere il medico o avere continuità di cura, con l'unica eccezione del percorso gravidanza. Questa scelta è particolarmente grave perché ancora una volta si riconosce valore esclusivamente alla maternità. Rifiutiamo l'idea che una donna sia riconosciuta come tale solo quando diventa madre.

Un altro nodo critico poi è l'elevata presenza di donne straniere utenti dei Consultori familiari che richiede, per una vera soluzione, non l'istituzione di Consultori separati, come qualcuno propone, ma la presenza stabile di mediatrici linguistico-culturali per facilitare l'accesso alle informazioni e all'utilizzo dei servizi.

Denunciamo poi la perdita del carattere di gratuità dei consultori rispetto ai primi anni della loro istituzione, ciò rappresenta un aggravio ulteriore per le donne che vi si rivolgono e limita fortemente la funzione preventiva del servizio.

I Consultori sono servizi nati con lo scopo di occuparsi della salute delle donne durante tutto il corso della loro vita, dalla contraccezione alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall'IVG alla gravidanza, fino alla menopausa.

Intendiamo continuare l'indagine e l'osservazione permanente sulla qualità delle prestazioni dei Consultori e sulla applicazione della 194.

Perciò chiediamo che ai Consultori venga restituita la ricchezza della loro funzione così come prevista dalla legge istitutiva e dai piani sanitari successivi.

In particolare chiediamo che:

- sia attivata per gli appuntamenti un'accoglienza telefonica in ogni Consultorio

- sia restituito valore al ruolo delle ostetriche

- sia ripristinata la possibilità di scelta del medico e la continuità di cura

- si intervenga sul ricorso all'obiezione di coscienza illecito e lasciato al libero arbitrio

- sia ripristinata la gratuità del servizio

- i consultori continuino ad essere luoghi di promozione della salute delle donne e non solo di quella riproduttiva;

per l'applicazione della Legge 194 chiediamo che:
- l'indagine sulle condizioni della donna che sceglie l'IVG riguardi solo la sua salute e non le motivazioni della sua scelta

- sia riservato il compito di informare la donna solo a un ginecologo, un'ostetrica o un'assistente sanitaria

- che qualsiasi convenzione con privati risponda a criteri di selezione tutelativi della libertà di scelta della donna

- che il lavoro in rete con il Privato sociale avvenga fuori dai Consultori e non dentro

Restiamo in attesa di una risposta e siamo disponibili a eventuali incontri per verifiche e confronti.

Ravenna, 8 settembre 2008

L'Assemblea Usciamo dal silenzio di Ravenna

usciamodalsilenzio@yahoo.it

3 commenti:

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie

Anonimo ha detto...

leggere l'intero blog, pretty good

yahadame ha detto...

Thanks for your share! very impressive!

nolvadex